La lettera Pastorale di Mons. Maroun Lahham, Vescovo di Tunisi

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Propongo, di seguito un mio articolo-intervista al vescovo di Tunisi, pubblicato qualche settimana fa dal quotidiano online Pratoblog, sul quale ho una mia “stanza” (Cartoline da un altro mondo). Nell’articolo faccio riferimento alla lettera pastorale che Mons. Lahham ha indirizzato ai cattolici residenti in Tunisia e che invito a leggere.

L’avevo già incontrato, qualche settimana prima di Pasqua, una sera a La Marsa, nell’antica residenza fatta costruire qui verso la fine del 1800, a poca distanza dalla Cattedrale di Cartagine, dal suo predecessore, il Cardinale Lavigerie, fondatore della Società dei Missionari d’Africa più conosciuti come Padri Bianchi, del quale si dice che nutrisse la speranza di diventare Primate della Chiesa Africana. Monsignor Maroun Lahham, nominato vescovo di Tunisi nel 2005 da Papa Benedetto XVI, non ha l’aria di chi nutre ambizioni del genere. Nato nel 1948 a Ibred, in Giordania, sotto l’altipiano del Golan, a pochi chilometri dai confini con Israele e con la Siria, compie i suoi studi nel seminario di Beit-Jala. E’ stato impegnato molti anni nel ministero pastorale, poi rettore del seminario a Gerusalemme. Nel frattempo perfeziona gli studi a Roma, presso la pontificia università Lateranense.

Mi riceve, senza un minuto di anticamera, nel suo studio, al primo piano del palazzo vescovile, e subito entriamo nel vivo della conversazione. Persona schietta e gentile, parla perfettamente italiano. Ma anche francese, inglese, ebraico, anche se la sua lingua madre è l’arabo. Negli anni del seminario ha certamente studiato latino. E fanno sei. Sarei curioso di sapere in quale lingua pensa, ma non glielo chiedo. Anche perché, nel presentarsi, afferma di essere un vescovo cattolico di origine araba e di cultura arabo-musulmana, ragion per cui non è difficile immaginare che sia naturale, per lui, non solo pensare in arabo, ma anche pensare arabo.

Proprio così, un vescovo cattolico di cultura arabo-musulmana. Osserva divertito la mia aria un po’ sorpresa di fronte a questa affermazione, e mi parla della sua esperienza di vescovo in un contesto particolare, dove la comunità ecclesiale si esprime come minoranza, in una terra che dopo aver conosciuto la civiltà fenicia prima e quella romana poi, fu sede di una comunità ecclesiale fra le più antiche e prestigiose. Agostino e Tertulliano hanno segnato profondamente, da qui, il pensiero filosofico e teologico della chiesa universale. Il nome dei martiri cartaginesi Cipriano, Felicita e Perpetua suona familiare ai cattolici praticanti in ogni parte del mondo. L’islamizzazione è avvenuta nell’ottavo secolo, quando la chiesa nordafricana era già segnata da divisioni profonde, prodotte e alimentate da dispute teologiche, e indebolita dalle invasioni dei barbari e dei bizantini.

Oggi in tutta la Tunisia c’è una sola diocesi, un vescovo, 40 sacerdoti (religiosi e diocesani), un centinaio di suore. Le parrocchie sono 11, di cui 4 nella capitale. Sono attivi un ospedale cattolico, 10 scuole cattoliche con 5.000 studenti tutti tunisini (tranne 4 cattolici). Per l’iscrizione alle scuole, le liste d’attesa possono arrivare fino a tre anni, perché molti genitori vorrebbero mandare i figli dalle suore. Le mamme che hanno studiato a loro tempo dalle suore, così come le nonne quando il Paese era ancora una colonia francese, ne hanno apprezzato la disciplina e il clima di studio e oggi desiderano che i loro figli frequentino lo stesso ambiente. La Chiesa tunisina, come la nazione tunisina, ha due lingue ufficiali: l’arabo e il francese. Ma in tutte le parrocchie si celebrano Messe in francese, inglese, italiano, spagnolo, polacco, arabo, tedesco, a seconda della gente che le frequenta. Ci sono preti che parlano un po’ tutte le lingue. Il modo di celebrare riflette quello dei vari Paesi di provenienza.

Cosa resta oggi della chiesa cattolica in Tunisia?
«Dopo lo smantellamento conseguente alla fine del periodo coloniale una parte dei sacerdoti e delle suore decisero di rimanere, alcuni perché, nati qui, consideravano la Tunisia il proprio paese, altri qui per una scelta evangelica. “Noi abbiamo dominato questo paese – si dissero -; ora dobbiamo rimanere per aiutare questa nazione a nascere e a svilupparsi”. Lavorando nelle scuole, negli ospedali e nei vari servizi hanno garantito una presenza nascosta e umile. Hanno vissuto così per ben 50 anni. Se adesso c’è una Chiesa in Tunisia e se questa Chiesa è rispettata e accettata dalla popolazione e dalle autorità, è proprio grazie a questi sacerdoti e queste suore che, nel silenzio e nell’umiltà, hanno svolto un lavoro ammirevole».

Come si svolge la vita della chiesa in un paese arabo musulmano?
«La diversità culturale, spirituale e liturgica è una opportunità che arricchisce: europei, arabi, africani, asiatici vivono insieme. Ma in tutto questo ci sono anche dei limiti, il più grande dei quali è la fragilità della Chiesa stessa, che è straniera, non radicata in questo Paese. Non c’è, infatti, una Chiesa tunisina; c’è, piuttosto, una Chiesa in Tunisia. Questo senso di precarietà è pesante da reggere. Sappiamo di esserci, ma sappiamo anche che potremmo non esserci. E’ una condizione alquanto logorante. Gli appartenenti alla Chiesa sono in movimento continuo: dal 25 al 30% della popolazione cattolica cambia ogni anno. Studenti che finiscono gli studi e tornano a casa, operai e tecnici che vengono per lavorare in un’azienda e lasciano: non si può fare un lavoro pastorale stabile con loro, perché cambiano continuamente. Domina la paura del futuro. Questo è tipico del mondo arabo. La Tunisia è un Paese tranquillo, con tanti turisti; ci sono sicurezza e pace. Ma come in tutti i Paesi arabi, tutto dipende dal “capo”, dal presidente. Tutto potrebbe cambiare se il nuovo presidente seguisse un’altra linea politica. Per voi italiani, che ci sia uno o l’altro, non cambia nulla, continuate a fare la stessa vita. Da noi, no. Quando cambia il “capo” può cambiare tutto. Il nostro presidente, Zine el Abidine Ben Ali, ha continuato sulla linea del predecessore Habib Bourghiba. Ma se arrivasse un islamista, potremmo tornare indietro di 50 anni».

Tutto ciò può condizionare molto non solo l’azione pastorale, ma la stessa vita quotidiana di chi, come lei, è a capo di una realtà che appare, a dir poco, ‘fragile’. Come affronta un vescovo questa situazione?
«Questo stato di fragilità può essere trasformato in un momento di forza nella fede, perché Dio è il maestro della storia e io sono pieno di fiducia che questa Chiesa – Inshallah (“se Dio vuole”) – andrà sempre avanti e potrà portare il messaggio di Gesù Cristo là dove Lui vuole».

Il telefono squilla: lo aspetta una riunione importante e deve congedarmi, ma l’urgenza non gli sottrae nulla della gentilezza con la quale mostra di aver l’abitudine a trattare con il prossimo. Si lascia fotografare con pazienza e, prima di salutarmi, mi offre una copia della lettera pastorale indirizzata ai cattolici in Tunisia. L’argomento della lettera è il ruolo dei laici nella Chiesa di Tunisi. Mi permetto di proporvene la lettura, che personalmente ho trovato interessantissima, ricca non solo di esortazioni ma anche di informazioni precise e certamente utili per chi ha interesse, o anche semplice curiosità, a conoscere più da vicino la Tunisia in uno dei suoi aspetti meno noti.

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