Mons. Fouad Twal: “Voglio seminare la gioia di vivere”

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Patriarca GerusalemmeRiportiamo l’Intervista al nuovo Patriarca latino di Gerusalemme [A cura di Marie-Armelle Beaulieu per Custodia Terrae Sanctae]

Monsignor Fouad Twal sarà insediato il 22 Giugno come nuovo Patriarca latino di Gerusalemme.

Formato a Roma nella diplomazia vaticana, poi chiamato a tornare alla vita pastorale come arcivescovo di Tunisi, il futuro Patriarca di Gerusalemme vuole mettere l’accento sui fondamenti spirituali della vita cristiana, e specialmente la gioia, quella di vivere in Cristo.

Per monsignor Twal, in effetti, è innanzitutto la qualità della vita evangelica che permetterà alla Chiesa di Terra Santa di non essere schiacciata dalla croce che porta, e di andare avanti.

Chi è lei, Mons. Twal?
Sono il numero cinque di una famiglia di 9 figli, della famiglia Twal di Giordania. Ho fatto i miei studi al Seminario di Beit Jala, poi ho lavorato cinque anni nel Patriarcato come vicario, prima di essere inviato a Roma per compiere gli studi in Diritto canonico e Diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense.

La Segreteria di Stato mi ha trovato e ha pensato che avrei potuto prestare questo servizio. Quindi ha domandato al Patriarca Beltritti se voleva rinunciare a quel giovane prete che ero allora, per inviarlo alla Pontificia Accademia Ecclesiastica [1]. Ci ho passato due anni di specializzazione. Ero l’unico arabo dell’Accademia e tutti mi guardavano in una maniera po’ “speciale”. Un giorno mi hanno domandato: “Ma come siete arrivato qua?”. Scherzando ho risposto: “Forse pensavano che possedessi un pozzo di petrolio?…”

Dove l’ha condotto questa carriera diplomatica al servizio della Santa Sede?
Ho cominciato come Incaricato d’Affari in America centrale, in Honduras. Non conoscevo una minima parola di spagnolo. Ma era giustamente una delle ragioni per cui mi avevano mandato lì: imparare la lingua. Ci ho passato sei anni. Fu una bella esperienza, anche se a volte difficile. Ero in servizio alla Nunziatura dell’Honduras. Nello stesso tempo Mons. Pietro Sambi era Incaricato d’Affari in Nicaragua [2]. In Honduras, parallelamente alle mie funzioni, ho prestato servizio nella parrocchia più povera del paese, ma veramente bella. Mi ricordo della mia prima Messa in spagnolo. Fu un poco catastrofica, a causa della lingua. Alla fine un’anziana signora viene a parlarmi e mi domanda: “¿Eres turco? Sei turco?”. “No, no, sono arabo”. In effetti in America centrale chiamavano “los Turcos” tutti gli arabi originari del Medio Oriente, perché anticamente arrivavano con documenti ottomani. Ho allo stesso tempo accompagnato la comunità araba di origine palestinese, celebrando per loro battesimi, matrimoni e funerali. Nonostante il servizio diplomatico non ho mai tagliato i ponti con la vita pastorale. Amo il contatto con la gente.

E dopo l’Honduras?

Ci fu il ritorno in Vaticano, alla Segreteria di Stato, dal 1982 al 1985, dove mi fu affidata la cura di 19 paesi africani francofoni. La Segreteria di Stato fu per me una bella esperienza dell’universalità della Chiesa. I problemi del mondo intero arrivano lì. E la Santa Sede cerca di offrire delle risposte e delle soluzioni. Durante questi tre anni ho potuto sperimentare la saggezza della Santa Sede e la sua pazienza. Niente è urgente. Niente. I documenti possono anche arrivare con la stampigliatura “Urgente”, ma sono sempre studiati con calma, in profondità.

Ho conosciuto molte persone di tutto il mondo, dell’Africa naturalmente, ma anche dei paesi arabi. Ho anche incontrato dei presidenti stranieri. Questo mi ha veramente aperto alla dimensione mondiale e universale della Chiesa.

Di là sono stato nominato al Cairo. Il Vaticano vedeva il Cairo come una capitale suscettibile di riunire il mondo arabo, il continente africano e l’Europa. Ma siamo nel 1985, e a causa della visita di Sadat in Israele (nel 1977), quasi tutti i paesi arabi boicottano ancora, più o meno, l’Egitto. Questa situazione politica non ha permesso alla Nunziatura del Cairo di giocare il ruolo che la Santa Sede sperava di farle compiere nei paesi arabi.

Ed eccola di ritorno nel mondo arabo…
No, perché nel 1988 sono stato nominato in Germania. Ho scoperto in questo paese una Chiesa forte, veramente forte, ricca e fiera di se stessa, e nello stesso tempo una Chiesa estremamente generosa. Ho potuto esercitare il mio tedesco partecipando alla vita pastorale di una piccola parrocchia vicina alla Nunziatura.

Dopo due anni e mezzo, nel 1990, nuova partenza per l’America Latina, con destinazione, questa volta, il Perù. A Lima c’erano migliaia e migliaia di arabi palestinesi di Beit Jala, di Beit Sahour, di Betlemme. Ero molto contento di essere il loro parroco. Mi è piaciuto tanto svolgere il servizio pastorale con loro, essere al loro fianco sia nella chiesa che nel club palestinese, dove si svolgeva ogni tipo di attività sportiva, culturale ecc. Ho conservato dei legami con un gran numero di loro, e quando vengono in Palestina a visitare le loro famiglie, passano a salutarmi. Il vescovo di Lima mi diceva: “Ma come faremo con questa comunità, dopo la sua partenza?”. In effetti, ero già Consigliere di Nunziatura.

Dunque era destinato a un posto di Nunzio?
Sì, doveva essere la tappa successiva. Ma fu allora, nel 1982, che arrivò da Roma la notizia: il Santo Padre mi ha nominato vescovo di Tunisi. Mi ha nominato, ma nello stesso tempo domanda il mio parere. Sul momento, non ho capito. Ero sul punto di essere nominato Nunzio. Il mio nome circolava per la Nunziatura del Kuwait, che doveva essere separata dalla Nunziatura dell’Iraq, dopo la Guerra del Golfo. Non ho capito perché, dopo tutti quegli anni passati nel servizio diplomatico, mi si facesse tornare al servizio pastorale, ma mi sono detto che bisognava accettare di non comprendere, e ho detto di sì. Più tardi ho capito il disegno della Santa Sede: pastorale e politico. Pastorale: c’era un posto vacante a Tunisi da due o tre anni, e una diocesi deve avere un vescovo; politico, perché la Santa Sede voleva un vescovo arabo nella sede dove s’erano succeduti tanti vescovi francesi [3]. Inoltre la Prelatura di Tunisi faceva sempre parte della Chiesa francese d’oltremare, mentre il Paese era diventato indipendente nel 1956. La Santa Sede voleva dunque installarvi un vescovo arabo, che parlasse la stessa lingua e avesse la stessa tradizione culturale. Mi avevano parlato di una missione di tre o quattro anni. E ci sono restato tredici anni. Avevo fatto venire otto comunità religiose, che hanno portato sangue nuovo. Abbiamo lavorato molto, restaurando la cattedrale, tutte le chiese, case e conventi. Prima della mia partenza il governo ha restituito, per il servizio dei fedeli, la chiesa di Djerba, che era stata presa durante la guerra d’indipendenza.

Monsignore, si sa che il regime politico tunisino non è sempre facile. Durante il suo episcopato l’aspetto politico è stato presente, è stato forte?
È stato forte. Ma bisogna saper trattare con i regimi arabi. Nel mondo arabo noi abbiamo un certo approccio nelle relazioni, e alla fine io ero molto ben accettato. Al punto che mezz’ora prima di lasciare la Tunisia, mi hanno telefonato per dirmi: “Il presidente Bel Ali la vuole vedere, prima della sua partenza”. Ho dovuto cambiare il mio biglietto per andare ad incontrarlo. In Tunisia mi sono reso conto di quanto i Paesi arabi si sono opposti al terrorismo. Ogni sei mesi i Ministri degli Interni dei paesi della Lega Araba si incontravano in Tunisia per coordinare il loro lavoro e lottare contro i fanatismi.

È proprio questa attenzione alla sicurezza che ha permesso alla Tunisia di sviluppare il turismo come ha fatto. Conservo un buon ricordo di Tunisi e delle autorità tunisine.

Ha incontrato a Tunisi una comunità cristiana palestinese?
No, né palestinese, né araba. Tutti i nostri fedeli erano stranieri. Alcuni venivano dal Medio Oriente per motivi di lavoro. Ma non si può parlare di una comunità cristiana araba locale.

È arrivata allora, nel 2005, la notizia della sua nomina come coadiutore di Gerusalemme?
Sì. A questa notizia, l’unica domanda che mi sia venuta in mente fu: “Perché così presto?”. In effetti, la missione di Mons. Sabbah doveva durare ancora due anni e mezzo. Due anni è mezzo è un tempo lungo. Ma sono serviti. Si progredisce nella conoscenza della Chiesa locale, della situazione. Si vedono i punti forti e i punti deboli, ci si prepara spiritualmente e pastoralmente incontrando i preti, i vescovi, le parrocchie.

Lei è stato per lungo tempo fuori del Paese, e dice che questi due anni e mezzo sono stati utili per valutare la situazione. Che cosa ha scoperto di nuovo nella diocesi dal punto di vista religioso e politico?
Dal punto di vista religioso, sono stato molto contento di scoprire il numero delle comunità religiose: una trentina maschili e più di 70 femminili. Dodici comunità contemplative: è ammirevole, è una forza spirituale sulla quale mi appoggio e mi appoggerò fortemente. È una grande ricchezza, dal punto di vista pastorale e spirituale.

Sono stato anche contento di constatare che ormai i sacerdoti del Patriarcato e i Francescani in servizio nelle parrocchie della diocesi fanno il loro ritiro spirituale mensile insieme. È una cosa nuova. Come ho detto al Custode, è bello che tutti i parroci, impegnati nella stessa pastorale, siano uniti così. Ogni anno i sacerdoti del Patriarcato fanno ugualmente un ritiro in comune con i preti melkiti e maroniti. Anche questa è una bella testimonianza di unità della Chiesa cattolica, nella diversità dei riti.

Quanto alla situazione politica, il muro di separazione, che io ho visto costruire, mi ha colpito. Nei miei primi anni di sacerdozio ho prestato servizio in Giordania, ma anche a Ramallah. Non c’era questa tensione. Certo, c’erano gli Ebrei da una parte e gli Arabi dall’altra, ma non questa tensione. Non ho assistito alle due insurrezioni che sono state chiamate Intifada. Ma, al ritorno, ne ho visto le conseguenze. E vedo anche gli sforzi che sono fatti da tutte le parti. Ho avuto al Patriarcato delle visite di cittadini dei Territori, ma anche delle autorità locali, dei dirigenti politici. Noto che si fanno molti discorsi, promesse, interventi, e , nello stesso tempo, vedo che non andiamo molto innanzi. La situazione è quasi sempre la stessa.

A proposito di politica, Monsignore, che dimensione occuperà nella sua missione?
Io amo più di fare il vescovo. Io amo sottolineare l’aspetto pastorale e spirituale del nostro Patriarcato, delle nostre parrocchie, dei nostri parrocchiani, delle comunità religiose e dei pellegrini che vengono qui. Certo, non posso dimenticare che tutto quello che tocca l’uomo tocca la Chiesa. La politica mi riguarda nella misura in cui essa influisce sulla vita degli uomini, la loro dignità e la loro sicurezza.

Ma voglio fare bene attenzione. Noi abbiamo tre o quattro gruppi di credenti davanti a noi. Abbiamo cristiani e non cristiani, ebrei e musulmani. Tra i cristiani ci sono dei cristiani giordani, dei cristiani palestinesi (che sono quelli che soffrono di più), dei cristiani europei che sono sul posto per aiutarci, lavorare, studiare o fare pellegrinaggi, e ci sono anche dei cristiani israeliani arabi o di origine ebraica. Tutti questi gruppi non condividono la stessa sensibilità, compresa la loro visione del conflitto. Da qui la difficoltà di parlare. Perché il vescovo è il vescovo di tutti, assolutamente di tutti. O noi vogliamo che il discorso tocchi tutti, oppure privilegiamo un gruppo – cosa che è più facile – oppure facciamo tanti discorsi quanti sono i gruppi, il che non è possibile. Ma se voi volete toccare insieme ebrei, musulmani, cristiani, giordani, palestinesi, ciprioti, europei… allora bisogna pensare ogni virgola. Io misuro bene la complessità di un intervento, sia esso un discorso o un’omelia.

E come immagina di affrontare questa difficoltà?
Con la spiritualità. Si potrà dire che è la cosa più facile, ma è anche il ruolo della Chiesa, quello di condurre gli uomini verso l’alto.

Ma lei sarà sollecitato sul discorso politico. I giornalisti non si contentano di spiritualità.
Ah, i giornalisti!… Quando ero vescovo di Tunisi, mi interrogavano sull’Islam. Un giorno ho detto loro: “Aspetto che qualcuno mi interroghi su Cristo”. Aspetto veramente che mi si interroghi su Cristo, sulla Chiesa, sull’essenza della nostra vita cristiana, sulla nostra presenza in Terra Santa. Deluderò forse i giornalisti sulla politica ma, ancora una volta, essa ci tocca in quanto tocca l’uomo. Stando così le cose, c’è un’altra dimensione. E giustamente tutto quello che noi viviamo, comprese le difficoltà generate dal conflitto, deve rinviarci al Vangelo. Dobbiamo prendere il Vangelo alla lettera. Quando il Vangelo ci parla della Croce, della sofferenza, quando si vede Gesù cadere … e non rialzarsi. Dobbiamo pensare che il discepolo non può essere trattato meglio del maestro. E che seguiamo Cristo sul cammino che egli ha percorso prima di noi. Ma quando, malgrado tutto, andiamo avanti; e quando malgrado tutto troviamo la forza di vivere e la gioia di vivere, la gioia di predicare, la gioia di annunciare il Vangelo, non è in ragione delle condizioni geopolitiche che ci circondano, perché esse, per natura, sono mutevoli: un giorno favorevoli, l’indomani sfavorevoli. No, questa gioia ci viene dal Vangelo. Questa gioia ci viene da Colui che ci ha detto: “Non abbiate paura, io sono con voi… Vi dono la mia pace, la MIA pace”. La sua pace che è serenità interiore, che è gioia interiore, che è gioia di vivere, gioia di incontrare, gioia di accogliere gli altri, tutti gli altri, come sono, con i loro limiti, con i miei limiti. Il motivo della nostra gioia non è nel miglioramento della situazione; il motivo della nostra gioia è nell’incontro con Cristo stesso, per mezzo della preghiera, e nell’incontro e la solidarietà con gli altri.

Se non i giornalisti, altri la solleciteranno sul campo politico…

Sono disposto a incontrare tutti, a ricevere tutti. Non ho nessun complesso. Ho passato, ve lo ricordo, diciotto anni nella vita diplomatica. Questi anni mi hanno insegnato alcune piccole cose… In più, questi anni mi hanno aperto lo spirito, il cuore. E né la mia fede, né il mio spirito, né il mio cuore, né la mia carità, né il mio amore si limitano alle frontiere della diocesi. Bisogna amare tutti. Tutti i cittadini dei Paesi abbracciati dalla mia diocesi sono miei cittadini. Tutti gli abitanti della Terra Santa sono i miei, in un certo senso. Davanti a Dio, davanti alla storia, io mi sento responsabile di tutti. E, nello stesso tempo, conosco al 100% i miei limiti. So che non farò mai dei miracoli, ma seminerò, lavorerò con i miei confratelli vescovi, con i preti, i religiosi e i fedeli laici, lasciando i risultati al buon Dio … come Lui vuole, quando vuole.

Nella situazione attuale, che è così complicata, forse conviene amare di più, pregare di più e parlare di meno, anche se questo non fa la gioia dei nostri giornalisti.

Ha parlato di seminare… Cosa seminerà Monsignore?
La gioia di vivere! La gioia di vivere da cristiani. La Terra Santa è un paese che ci insegna la pazienza. Vi ho detto che quando un dossier arrivava con la stampigliatura “Urgente” alla Segreteria di Stato Vaticana, si prendeva sempre tempo. La Chiesa non vive nell’urgenza, ha l’eternità davanti a sé. Nel servizio diplomatico, talvolta ci si rimprovera di aver parlato troppo, o troppo presto… Non ci si fa mai il rimprovero di aver osservato il silenzio. È vero anche che troppa prudenza fa correre il rischio della paralisi, e io non amo nemmeno questo. Bisogna coniugare la prudenza nel parlare e il coraggio di farlo. E conoscere i propri limiti. Davanti alla complessità della situazione, bisogna accogliere, ascoltare, conoscere i punti di vista. Bisogna soprattutto affidare tutto questo al Buon Dio nella preghiera e nel silenzio.

E nel campo della pastorale che cosa seminerete?

Ho desiderio di moltiplicare i contatti con i sacerdoti, le parrocchie, i fedeli e le comunità religiose. Desidero essere presente in diocesi. Il Patriarca di Gerusalemme è molto sollecitato all’esterno per delle conferenze, delle celebrazioni, ogni tipo d’incontri. Io rinuncerò a molti inviti per essere qui, per compiere il mio dovere di vescovo sul posto, per essere con i nostri fedeli. Bisognerà trovare il coraggio di dire no, ringraziare per gli inviti e declinarli, domandando la preghiera di tutti. È difficile dire di no. Ma i bisogni sul posto sono spesso prioritari.

Ho intenzione di consacrare del tempo sia alla Giordania che alla Palestina e a Israele. La Giordania è un punto forte del Patriarcato latino: essa raccoglie in effetti i due terzi dei nostri fedeli – di cui più della metà sono di origine palestinese – e offre alla diocesi l’80% dei suoi seminaristi. Malgrado la sua stabilità, anche questa parte della diocesi attraversa una crisi, soprattutto economica, con l’afflusso dei rifugiati iracheni. L’emigrazione cristiana comincia a toccare fortemente anche la popolazione giordana; noi dobbiamo lavorare, qui come laggiù, a dare speranza, delle ragioni per sperare, per restare cristiani in Medio Oriente.

D’altro canto, è normale concedere un’attenzione particolare al membro più ferito della diocesi: la Palestina. Ma la diocesi patriarcale di Gerusalemme abbraccia la Palestina, Israele, Cipro e la Giordania, e ci sono bisogni dappertutto. Tutti hanno diritto ugualmente alle nostre preghiere, al nostro amore, ai nostri progetti, come per esempio la costruzione di residenze per le giovani coppie. In tutta la diocesi dobbiamo prevedere, prevenire piuttosto che curare. Dai miei contatti di due anni e mezzo con i sacerdoti e i fedeli, è anche emerso il bisogno di riformare un poco l’amministrazione stessa della diocesi. Molto bene è stato fatto dal mio predecessore. Ma il sangue nuovo porterà idee nuove. Nella Chiesa non c’è clonazione. La diversità è una ricchezza.

Monsignore, qualcuno ha scritto di lei che era un Beduino, è vero?
Sì e no. La mia tribù era di cristiani beduini, ed è grazie ad un missionario italiano, Manfredi, che li ha accompagnati nelle loro traversate nel deserto, più o meno 120 anni fa, che abbiamo abbracciato il rito latino. Eravamo nomadi, poi siamo passati al semi nomadismo. Ma al tempo della mia nascita eravamo sedentarizzati, così che io sono nato in una casa con un tetto.

Mia madre, che mi ha visto cambiare di missione ed andare da un continente all’altro, quando ero al servizio diplomatico della Santa Sede, diceva: “Questo ragazzo è nato nomade, e nomade resterà”. Ma adesso sono ritornato sotto la grande tenda del patriarcato, che ci protegge tutti.

Le comunità religiose sono costituite per la maggior parte da stranieri. Le trovate sufficientemente integrate in diocesi?
Vi ho detto il bene che penso di tutte queste comunità. Fermo restando questo, avrei voluto che più persone fossero impegnate nella pastorale stessa della diocesi. Bisogna riconoscere che, per il passato, hanno lavorato e seminato molto. Penso soprattutto ai Padri di Bétharram, che hanno costituito il clero del patriarcato prima che sorgessero, grazie al loro lavoro, delle vocazioni diocesane locali. In sé, avere delle comunità costituite da stranieri non presenta dei problemi. Gerusalemme è per la Chiesa universale. Sono le nostre radici, le radici dei cristiani del mondo intero. Ma chiamerò altre comunità per una integrazione nella pastorale della diocesi.

C’è una tensione tra la doppia realtà di Gerusalemme Chiesa locale e Chiesa universale?
Io penso che sia la stessa realtà. La Chiesa locale non è estranea alla Chiesa universale, e vice versa. La Chiesa universale si trova molto bene nella Chiesa locale, con i membri che la costituiscono, con i membri stranieri del clero, nel seno della Custodia e nelle altre comunità religiose che sono parte integrante della Chiesa locale e della Chiesa universale. Io non vedo l’antagonismo; al contrario, c’è una complementarietà. È una ricchezza. La Chiesa universale si trova molto bene in noi e noi ci troviamo molto bene nella Chiesa universale. Così quando io viaggio in Europa o altrove, non mi sento affatto straniero. E spero che gli altri, quando mi vengono a trovare, si sentano a casa loro, nella Chiesa.

Spesso è uno choc per i cristiani occidentali sentir pregare la nostra fede cristiana in lingua araba…
Meno male che c’è uno choc, molto bene. Mi piace. Mi piacerebbe che ci fosse più choc ancora, per aprire i cuori e le mentalità. Se si resta sorpresi di incontrare un vescovo, un patriarca arabo o giordano, trovo bella questa sorpresa. Ed è bello che possiamo comunicare con tutto il mondo.

Avete un messaggio per la Custodia di Terra Santa?
Voglio innanzi tutto esprimere la mia gratitudine alla Custodia e a ciascuno dei suoi membri per tutto il bene che fanno. Durante questi due anni, ogni volta che ho avuto occasione di scendere al Santo Sepolcro, accompagnato dai francescani che mi “custodivano”, ero molto contento di fare la loro conoscenza. Ma certamente mi piacerebbe che ci fossero ancora più relazioni e collaborazione. Incontrerò a questo scopo i responsabili. Ma essi svolgono un lavoro indispensabile, io li ammiro, li incoraggio e li ringrazio con tutto il cuore.

Veramente, auspico più collaborazione e anche più amicizia. Trovo già molto simpatici i nostri sacerdoti arabi della Custodia. Essi mi circondano delle loro attenzioni, ed io del mio affetto paterno.

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3 pensieri riguardo “Mons. Fouad Twal: “Voglio seminare la gioia di vivere”

    virginio fogliazza ha detto:
    21 giugno 2008 alle 4:17 pm

    A Sua Beatitudine mons. Fouad auguriamo Buon Lavoro come Novello Patriarca latino di Gerusalemme.
    Mi è piaciuto il suo impegno di testimoniare “la gioia che viene dalla sequela Christi .
    Come è forte anche nella Gerarchia di oggi la tentazione di presentare sopratutto LA DIMENSIONE ORIZZONTALE DELL’ANNUNCIO EVANGELICO e così spesso si scivola …in politica.
    E’ bello e pieno di speranza che un nuovo Patriarca dica: mi impegnerò a predicare la gioia che viene dalla nostra vita unita a Gesù Cristo .

    Ad multos annos, ad plurimos fructuus , Beatitudine !

    Archimandrita Virginio

    Maurizio Del Maschio ha detto:
    27 giugno 2008 alle 3:06 pm

    Mi auguro che il neo-Patriarca Di Gerusalemme dei Latini non dimentichi che, nella sua diocesi, ci sono cristiani che soffrono molto più a causa dei musulmani che a causa degli ebrei e che non trascuri i cristiani di etnia ebraica che pure esistono in Terra Santa. Sper che sia molto attento ai matrimoni misti. Oggi ci sono più ragazze che ragazzi arabi cristiani nei terrotiri palestinesi. I matrimoni misti talvolta naufragano perché la sposa viene indotta ad abbracciare l’Islàm. L’emorragia dei cristiani, non soltanto cattolici, è davvero preoccupante. Spero che il nuovo Patriarca si adoperi energicamente affinché la condizioni economico-sociali della maggioranza musulmana e della minoranza cristiana costituiscano una priorità per il governo palestinese. Oggi, infatti, ben poche briciole dei fiumi di denaro incassati dall’OLP sono giunte alla popolazione.

    Calibano ha risposto:
    27 giugno 2008 alle 6:19 pm

    Condivido l’augurio del Dott. Maurizio del Maschio, giornalista esperto di questioni medio-orientali, presidente della sezione provinciale di Venzia dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), nonché membro della Giunta Nazionale della stessa, che ringrazio di cuore per questo suo graditissimo contributo.
    In effetti le situazioni di sofferenza in quella terra, santa e martoriata, sono tante, troppe. E la causa è sempre la stessa: interessi, egoisimi e intolleranze che attingono a piene mani dalla miseria per reclutare disperati pronti a tutto per seminare morte e dolore. Il fine è chiaro: mantenere la situazione stabile. C’è da chiedersi: “cui prodest?”.
    Probabilmente a chi, lontano e al riparo da tutto, si gode i frutti di questo immenso, assurdo, infinito massacro. Il messaggio inaugurale del neo-Patriarca, improntato alla gioia di vivere, in apparenza -vista la situazione- clamorosamente paradossale, mi sembra andare proprio nella direzione giusta, che è quella di spezzare la catena d’odio e di disprezzo per la vita. Una catena che, fra le altre cose, sostiene il sipario di menzogne che nasconde verità non meno meschine che abominevoli, come quella, recentemente svelata alla morte di Yasser Arafat, del fiume di denaro incassato per la causa della “liberazione” della Palestina e giacente nei forzieri delle banche (nei consigli d’amministrazione delle quali, in nome del dio danaro, c’è da scommeterci, convivono pacificamente affratellati ebrei, cristiani, mussulmani, atei e chi più ne ha più ne metta) di civilissimi paesi, neutrali e pacifici, il cui motto sulla bandiera dovrebbe essere “Argentum non olet”.
    Conobbi anni addietro Mons. Fouad e credo che quel messaggio, apparentemente così semplice e “ingenuo”, in realtà riveli proprio quel punto di vista squisitamente “mazzolariano” che richiama la necessità e il dovere, per il credente, di “guardare in alto”, in una direzione ostica a quanti, per motivi d’interesse particolare, trovano più redditizio prendere di mira obiettivi che non si sollevano un millimetro dal suolo. Poco importa se, per continuare a raggiungere gli scopi, quel suolo deve continuare a macchiarsi di sangue: le suole delle scarpe griffate delle loro signore non rischiano di macchiarsi calpestandolo. Sui marciapiedi di Beverly Hills, di Manhattan, Berna, Vienna, Parigi, Dubai e delle capitali del lusso di tutto il mondo, al massimo possono trovare qualche traccia di caviale, di fois gras del Perigord o di Chateau d’Yquem (d’annata, s’intende) lasciato cadere dalle dita affaticate dall’estenuante “manicure” che le rende così “glamour”…

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