La sfera religiosa e la sfera politica nell’Islam: un contrasto che deve essere risolto

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Riportiamo da ArabNews, che ringraziamo per la gentile concessione, la traduzione italiana di questo interessante articolo di Mohamed Jaber al-Ansari (*) pubblicato (11 giugno 2008) sul quotidiano giordano “Al Ghad“.

E’ ormai tempo di compiere una revisione radicale – all’interno dell’Islam, del Corano e della tradizione profetica – dei concetti politici attribuiti all’Islam, in particolar modo dei concetti proposti da quelle forze che politicizzano la religione nella nostra epoca.

Si tratta in effetti di concetti che non hanno alcun legame con l’Islam. Dato che l’Islam non si è attenuto ad una determinata ideologia politica fin dal principio, l’evoluzione dell’esperienza politica dei musulmani nella gestione dello stato e del potere è sempre sottostata alle circostanze storiche. Circostanze che oggi vengono negate, sebbene il califfato sia stato un esempio di regime politico sperimentato nella storia, e soggetto a cambiamenti e modifiche sulla base dei risultati delle esperienze storiche. Questo regime politico viene oggi messo in relazione con la religione e con la Rivelazione divina, e come tale viene considerato esente da quei cambiamenti che hanno caratterizzato le altre ideologie dominanti all’interno del pensiero politico dei musulmani, sia a livello del potere che dell’opposizione.

Come abbiamo accennato in più di un’occasione, la civiltà islamica era una civiltà splendida, progredita nella scienza, nel pensiero e nell’architettura, tuttavia le sue lacune politiche hanno dissipato molte delle sue energie. Forse merita una riflessione il fatto che la diffusione dell’Islam crebbe enormemente proprio quando la forza dello stato islamico cominciò a declinare ed a manifestare la sua debolezza, cosicché le persone trovarono nell’Islam stesso una protezione per loro e per la loro identità. Riteniamo che sia esattamente quello che sta accadendo oggi, ed è qualcosa di lontanissimo da un’evoluzione in direzione dello stato religioso. Le diverse formule moderniste non sono riuscite ad affrontare la sfida israeliana ed occidentale. Allo stesso modo, è emersa la debolezza dello stato ufficiale nelle diverse regioni del mondo islamico. Per questo la gente ha cercato rifugio nella religiosità eccessiva e nel “fanatismo” – da cui il Corano stesso mette in guardia quando dice “Oh gente del libro, non eccedete nella vostra religione” – per difendere se stessa e la propria identità. Questo atteggiamento non nasce dall’essenza dell’Islam, ma dalla reazione alla sfida che i musulmani si trovano a fronteggiare.

Quanto alla creazione di uno stato religioso, i suoi sostenitori non dispongono di un programma politico maturo e completo, ma approfittano piuttosto dell’ondata religiosa dominante, pur senza possedere le qualifiche necessarie per creare uno stato. Il fanatismo che essi incoraggiano non porterà alla creazione di uno stato. Gli stati, infatti non nascono sulla base di semplici aspirazioni.

Per trarre insegnamento dalle esperienze politiche fallimentari del passato, i musulmani devono riscoprire la verità della politica nella loro religione ed evitare inutili avventure dello stesso genere, il cui unico risultato è di arrecare danno all’Islam e di infangare la sua storia. E’ interessante notare come le ideologie di politicizzazione della religione abbiano portato, negli ultimi decenni, a rivalutare il califfato ottomano, mentre invece i movimenti islamici che all’epoca dovettero subire le ingiustizie degli ottomani, e che lottarono o addirittura si ribellarono ad esso – come lo stato saudita nella penisola araba, il movimento della sanusiya in Libia, o la rivoluzione araba guidata dallo sceriffo della Mecca, Hussein bin Ali – avevano di questo califfato un’opinione differente. E lo stesso vale per gli intellettuali islamici dell’epoca, come Muhammad Abduh, Abdel Rahman al-Kawakibi, ed altri. Come possiamo cancellare le esperienze di quei musulmani che vissero in quell’epoca e negare la loro realtà storica, a vantaggio di tendenze ideologiche così lontane nel tempo, e non corroborate da alcuna testimonianza storica, le quali sembrano invece impegnate a falsificare la storia?

Se la debolezza e il declino degli arabi li resero in passato facile preda del sultanato ottomano, la loro debolezza di oggi permette che la storia si ripeta, e li espone ad influssi esterni al mondo arabo. La logica della debolezza e dell’impotenza ha in ogni caso sempre lo stesso risultato.

Ritornando al principio del nostro discorso, ovvero alla questione della messa a nudo del rapporto fra religione e politica nell’Islam, ricercatori musulmani dei più svariati orientamenti concordano su un punto, e cioè che tra le cose più importanti da osservare a proposito del fenomeno islamico vi è il fatto che l’Islam – sia nel Corano che nella tradizione del Profeta Muhammad – ha dedicato alle questioni della fede, alle pratiche religiose ed alla morale un’attenzione estremamente dettagliata, mentre sulle questioni politiche è stato di una estrema concisione, al punto da definire soltanto principi del tutto generali, come quello della shura (il principio della consultazione) e quello della giustizia, permettendo così una grande varietà di interpretazioni e di regimi politici. I musulmani hanno considerato il detto del Profeta Muhammad “voi ne sapete di più sulle questioni del vostro mondo” come se si riferisse soltanto a questioni come quella della fecondazione delle palme, e basta. Si tratta di una visione alquanto ristretta che trascura il fatto che al primo posto fra le questioni di questo mondo vi sono gli affari della politica. E’ in questo senso che bisogna intendere questo detto profetico, poiché è naturale che la gente di ogni tempo e di ogni luogo sia maggiormente informata sulle proprie questioni politiche, che fanno parte delle questioni del loro mondo, e che sono più importanti del modo di fecondare le palme.

Quando il Profeta scriveva ai capi di stato invitandoli a convertirsi all’Islam, la sua unica preoccupazione era che essi accettassero i principi della fede musulmana, lasciando che gli emiri restassero la potere secondo il regime vigente nei loro paesi. Ciò significa che la fede è l’essenza dell’Islam, e che la scelta del regime politico è di competenza del popolo di ciascun paese.

Se torniamo al Corano, troviamo che il termine “hukm”, che nella nostra lingua contemporanea designa l’autorità di prendere decisioni politiche, non viene menzionato assolutamente con questo significato, mentre il termine “hukuma” (governo) che da esso deriva aveva il significato di “arbitrato”, e non designava affatto il potere esecutivo, e tanto meno quello che Mawdudi (filosofo e pensatore musulmano pakistano (1903-1979); fondò in Pakistan il partito Jamaat-e-Islami (N.d.T.) ) – che neanche sapeva l’arabo – nella nostra epoca ha definito come “hakimiya”, ovvero “sovranità”, nel senso della sovranità assoluta dello stato moderno (per approfondire questo ed altri concetti legati al tema del rapporto fra religione e politica si può consultare l’articolo “Il laicismo credente, un modo di gestire il rapporto fra religione e stato” (N.d.T.) ).

Il termine “hukm”, nel senso coranico ed arabo originario, indica la saggezza (hikma) e il giusto discernimento e, se lo volessimo avvicinare ai significati moderni, si identificherebbe con il potere giudiziario, poiché il giudice era definito “hakim” (arbitro). Coloro che detenevano il potere politico sono invece definiti dal Corano secondo il significato arabo originario di “detentori dell’autorità politica”, cioè ” umara’ ” (principi). Il termine “amir” (principe) compare frequentemente anche nella tradizione profetica, mentre i musulmani chiamavano il loro capo politico “principe dei credenti” (amir al-mu’minin).

Ciò che impoverisce il pensiero politico islamico contemporaneo è il tentativo di alcuni di ignorare le fonti originarie, come ad esempio la Carta di Medina, che fu redatta dal Profeta e rappresenta il suo pensiero nel momento in cui dovette affrontare una questione politica nella città. Essa rappresenta la prima costituzione all’interno dell’Islam, ed il primo patto politico fra musulmani e non musulmani nell’ambito di uno stato comune (la città di Medina, a quell’epoca nota col nome di Yathrib, era abitata da tribù musulmane, ebree e pagane (N.d.T.) ). Dal documento emerge che nel pensiero politico del Profeta vi è una distinzione netta e di principio fra la “società religiosa”, che include i musulmani, e la “società politica”, che comprende oltre ai musulmani anche gli ebrei e le loro tribù. La Carta di Medina menziona il nome di queste tribù e le considera “un’unica nazione” insieme alla comunità musulmana, con gli stessi diritti e doveri nel campo della sicurezza e della politica. All’epoca, nessuno ribatté al Profeta, quando egli emanò la Carta di Medina – la prima costituzione dell’Islam – dicendo cose simili a quelle che ascoltiamo oggi, come ad esempio “il Corano è la nostra costituzione”, mentre invece il Corano fu rivelato al Profeta come un Libro che avrebbe dovuto guidare tutta l’umanità, e non come una costituzione per questo o quello stato!

Lo studio della Carta di Medina e la sua presentazione come documento storico alla coscienza islamica contemporanea è una questione di vitale importanza per ringiovanire il pensiero politico dei musulmani, mentre invece ignorare questo patto politico significherebbe mettere le cose fuori posto, e porterebbe a concezioni erronee riguardo al rapporto fra la sfera religiosa e la sfera politica nell’Islam.

Lo stato nell’Islam è uno stato civile. Esso si lascia guidare dai principi e dai valori della religione, ma non è il governo amministrato da un religioso. Non vi sono uomini di religione nell’Islam, poiché in realtà tutti i musulmani hanno questa caratteristica. Esiste una differenza fra lo studioso di questioni religiose e colui che è meno esperto di tali questioni, ma non vi è uno stato sacerdotale o teocratico nell’Islam.

Il Profeta si rivolgeva a ciascun comandante militare che inviava in missione con queste parole: “Se la gente di una fortezza ti chiede di applicare il giudizio di Dio, tu non applicare loro che il tuo giudizio, poiché non sai se il tuo giudizio è giusto o sbagliato”. Ciò significa che la politica è una questione empirica che contiene in sé ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ovvero è una questione di congetture e di sforzi interpretativi, e non una questione dogmatica fondata sulla religione.

In conclusione vogliamo sottolineare che quella che abbiamo appena esposto è una visione islamica che si attiene rigorosamente al Libro sacro e alla tradizione profetica (Sunna), e non è una visione “laica” ed occidentalizzata, come potrebbero ritenere alcuni.

(*) Mohamed Jaber al-Ansari è un intellettuale del Bahrein; è consigliere culturale dell’emiro del Bahrein; è docente di Studi Islamici presso la Arabian Gulf University, che ha sede a Manama

Titolo originale:
بين “الديني” و”السياسي” في الاسلام تجاذب لابد أن أن يُحسم

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