Per non dimenticare. Ritratto di Giorgio La Pira

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Parlando ai sindaci delle città italiane, il 26 aprile 2004, Giovanni Paolo II non esitò a indicare Giorgio La Pira come modello di virtù: “Quella di La Pira fu una straordinaria esperienza di uomo politico e di credente, capace di unire la contemplazione e la preghiera all’attività sociale e amministrativa, con una predilezione per i poveri e i sofferenti. Carissimi Sindaci, possa questa sua luminosa testimonianza ispirare le vostre scelte e azioni quotidiane!”.
Parole forti che costituiscono il culmine di una serie di eventi che videro protagonista, a cento anni dalla nascita, il “sindaco santo” di Firenze. Le celebrazioni del centenario coinvolsero il mondo ecclesiale e quello della politica, associazioni, scuole, istituzioni.

Riportiamo da “Testimoni del tempo“, questo articolo di Riccardo Bigi. Pubblicato nel 2004, l’articolo resta uno dei ritratti più belli e completi di Giorgio La Pira.

Un busto di La Pira è stato inserito, alla Camera dei Deputati, tra i “padri fondatori” della Repubblica italiana. E il Presidente della Repubblica Ciampi gli ha conferito, alla memoria, la medaglia d’oro al merito civile, ricordandone l’opera preziosa svolta a servizio dello Stato.
Questa riscoperta del valore di La Pira, del suo pensiero e del suo operato, potrebbe presto coronarsi con l’inserimento nella schiera dei Beati: la causa di beatificazione, aperta nel 1986, procede lentamente a causa della grande mole di materiale da esaminare (scritti, lettere, diari, testimonianze) ma il cardinale Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze, si è espresso con chiarezza: “È vivo desiderio della Chiesa fiorentina, e non solo di essa, che la santità di Giorgio La Pira venga riconosciuta al più presto possibile”.
Eppure, non sempre è stato così. Giorgio La Pira ha conosciuto, nella sua vita, anche critiche e attacchi molto duri. Il suo modo di interpretare il ruolo di sindaco, i suoi gesti a volte estremi in difesa dei poveri e dei disoccupati, i suoi tentativi arditi di dialogo con la Russia comunista e, addirittura, con il Vietnam di Ho chi min non mancarono di suscitare perplessità. Oggi le polemiche di quegli anni sono sopite, e vale la pena cercare finalmente di gettare sulla figura di La Pira uno sguardo d’insieme, per scoprire che il suo messaggio è più valido che mai.

Giorgio La Pira nasce a Pozzallo, nel sud della Sicilia, il 9 gennaio 1904. È un bambino allegro e servizievole, che ama particolarmente leggere. A dieci anni, nel 1914, i genitori lo mandano a Messina, dallo zio Luigi Occhipinti, per proseguire gli studi iscrivendosi all’istituto tecnico. Lo zio, anticlericale convinto, non voleva neanche vederlo parlare con i preti. In quel periodo subisce un’infatuazione per Mussolini, per il futurismo, le poesie di D’Annunzio… Poi comincia a leggere, a farsi domande. Legge Dante, Platone, la Bibbia, i romanzi russi, i poeti francesi.
Tra i suoi amici c’è Salvatore Quasimodo, futuro premio Nobel per la poesia: a lui, in alcune lettere, racconta i suoi dubbi interiori. “Ho attraversato varie volte – scrive – i sotterranei del pensiero: ho bussato a molte porte, come un povero mendicante, per avere pane di sapere, ho rifatto mille strade, mille mondi, ho amato mille cose: sono stato troppo vagabondo in questo errare senza posa alla ricerca di un po’ di pace per l’anima mia: io ho sempre avuto in me sete di ascesi, sete di profondo annullamento del mio essere che si ricollega a Dio”. A 18 anni si rende conto di non saper pregare.

Glielo insegna un prete, don Mariano Rampolla Del Tindaro, fratello del suo insegnante di italiano. Il giovane Giorgio è un ottimo allievo, e impara subito i segreti della contemplazione. “Con una progressione d’amore che non avrei mai preveduto, la presenza del Santissimo mi inchioda con pesantezza in un’adorazione che non ha limiti: tutte le fibre sono tremanti e ogni palpito del cuore è come un richiamo: si sta ginocchioni, col capo calato, come quando l’ora è più oscura e tutto il mistero ci sovrasta”.

Quando scrive queste cose, La Pira è uno studente di neanche vent’anni. Si abitua a passare ore ed ore in ginocchio, in adorazione. Nel 1924, durante la Messa di Pasqua succede qualcosa che lo porta a consacrare la vita a Dio. È il giorno che i biografi indicano come data della sua conversione. Così lui stesso racconta l’episodio, in una lettera all’amico Salvatore Pugliatti: “Io non dimenticherò mai quella Pasqua del 1924, in cui ricevei Gesù Eucaristico: risentii nelle vene circolare una innocenza così piena, da non potere trattenere il canto e la felicità smisurata”.
La Pira dunque decide di consacrarsi a Dio: il suo desiderio però è di svolgere il suo apostolato nel mondo. I motivi li spiega in una lettera alla zia Settimia: “Vedi, zia, che il Signore abbia messo nella mia anima il desiderio delle grazie sacerdotali non c’è dubbio: solo, però, che Egli vuole da me che io resti col mio abito laico per lavorare con più fecondità nel mondo laico lontano da lui. Ma la finalità della mia vita è nettamente segnata: essere nel mondo il missionario del Signore: e quest’opera di apostolato va da me svolta nelle condizioni e nell’ambiente in cui il Signore mi ha posto”.

Missionario del Signore nel mondo: è questa la vocazione a cui La Pira sente di dover rispondere. Con questo spirito sarà professore, deputato, sindaco. Si tratta di fare, dirà qualche anno più tardi, di ogni professione una cattedra di apostolato cristiano. Intanto, l’aspetta un’altra cattedra, quella dell’Università di Firenze. Nel capoluogo toscano arriva nel 1926, seguendo il professore con cui sta preparando la tesi. Viene per laurearsi, e ci rimarrà tutta la vita. È un amore a prima vista, come testimoniano le prime lettere scritte ai parenti. “Di Firenze che vi dirò? È una città bellissima: è tutta un fiore, un superbo fiore. Ha l’aspetto di una città-arte, di un castello di mille merletti, dalle linee rapide, soavissime e magnifiche insieme. È veramente la patria di Dante”.
Intanto, La Pira studia, insegna, partecipa alle attività caritative della San Vincenzo de’ Paoli. Lo chiamano “il professorino”, quando è lui a parlare alle riunioni della Gioventù Cattolica c’è sempre il pieno. Nel frattempo, ha effettuato la vestizione come terziario domenicano, e ha scelto come abitazione una cella nel convento di San Marco. Qui resterà fino a che la tendenza a ammalarsi di bronchite non lo costringerà a trasferirsi; ma tornerà spesso a pregare e a condividere la mensa con i frati. Il desiderio di consacrarsi a Dio lo porta anche ad aderire all’Opera della Regalità, fondata da padre Agostino Gemelli: un istituto secolare presso il quale prenderà i voti di povertà, obbedienza, castità.

Gli anni trenta per Firenze sono anni importanti, pieni di fermento. Ci sono i poeti, gli scrittori, Giovanni Papini, Piero Bargellini… E poi c’è don Giulio Facibeni, il fondatore della “Madonnina del Grappa”. E il cardinale Elia Dalla Costa, con il quale La Pira si consiglia prima di qualsiasi decisione e che tante volte lo ha difeso dalle critiche e dalle malignità. La Pira frequenta anche la casa di don Raffaele Bensi, il padre spirituale di tanti fiorentini. È qui, come racconta lo stesso La Pira, che nasce l’idea della “Messa dei Poveri” nella chiesetta di San Procolo.

“Un giorno, nella primavera del 1934, in casa di don Bensi, si parlava di poveri. Don Bensi disse: sarebbe tanto bello potere assistere materialmente e religiosamente le zone estreme della miseria: i poveri cui non giunge la carità delle Conferenze di San Vincenzo; i mendicanti, quelli che dormono abitualmente o all’aperto o nei dormitori pubblici, la povera gente girovaga che non ha né letto, né pane, né famiglia”. Nasce così l’opera di San Procolo: la celebrazione si sposterà presto nella più grande chiesa della Badia Fiorentina, per poter accogliere tutti i partecipanti. Ogni domenica viene distribuito il pane e, durante la Messa, La Pira spiega ai poveri i fatti della città e del mondo. Continuerà a farlo, ogni volta che potrà, per tutta la vita.

È proprio da questi impegni di carità che nasce la passione di La Pira per la politica, che per lui è un modo più efficace per fare del bene. Intanto però arriva la guerra e La Pira, ricercato dai fascisti, deve fuggire. L’infatuazione giovanile per Mussolini era finita da un pezzo, La Pira era diventato molto critico con il regime: su “Principi”, la rivista da lui fondata, si espone in maniera coraggiosa. Si dedicò anche ad aiutare famiglie di ebrei a nascondersi nei conventi, e alla fine dovette nascondersi lui. Prima a Fonterutoli, nella casa di campagna dell’amico Jacopo Mazzei (dove conosce Fioretta Mazzei, sua confidente e fedele collaboratrice), poi a Roma, in casa di monsignor Giovambattista Montini, il futuro Paolo VI. Intanto, tiene dei corsi di dottrina sociale all’università Lateranense.
In quegli anni, la Chiesa aveva capito che il crollo del regime fascista era vicino e si doveva preparare una classe politica nuova. Persone in grado di diventare protagonisti nella ricostruzione della società. La Pira non si tirò indietro. “Il nostro piano di santificazione è sconvolto – scrive -: noi credevamo che bastassero le mura silenziose dell’orazione!

Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore; eccoci impegnati con una realtà che ha durezze talvolta invincibili; una realtà che ci fa capire che non è una pia espressione l’invito di Gesù: prendi la tua croce e seguimi (…) Il pieno adempimento del nostro dovere avviene solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata – quanto è possibile nella realtà umana – al comandamento principale della carità”.

Quando torna a Firenze, nel 1944, La Pira è uno degli esponenti più preparati del movimento cattolico. Il 2 giugno del 1946, viene eletto a far parte dell’assemblea costituente. Il suo contributo alla stesura della Costituzione italiana è determinante: tanti articoli portano la sua firma, quelli sulla dignità della persona, sul rapporto tra stato e chiesa, quello in base al quale l’Italia ripudia la guerra. Dopo la costituente arrivarono gli anni al Governo, a occuparsi di questioni economiche e di lotta alla disoccupazione.

La politica doveva rispondere, diceva, alle attese della povera gente. Insieme a Fanfani, Dossetti, Lazzati, erano chiamati “i professorini”. Erano esigenti, volevano che lo Stato assicurasse il lavoro a tutti. Ebbero diversi scontri con i vertici della Dc che invece erano più cauti e prudenti. Alla fine si dimise, e qualche anno dopo lasciò anche il Parlamento: era diventato sindaco di Firenze. Fu eletto nel 1951, poi di nuovo nel ’56, e poi ancora nel ’61. Aveva molti avversari, i giornali lo criticavano, ma i fiorentini gli volevano bene e ogni volta prendeva una valanga di preferenze.

Il giorno dell’insediamento, Giorgio La Pira si presentò in Palazzo Vecchio con il saluto di San Francesco: Pax et bonum, pace e bene. E nel suo primo discorso spiegò il suo programma, fondato su tre obiettivi: i bisogni della povera gente, lo sviluppo della città, fare di Firenze una lampada capace di illuminare la Terra. Aveva chiara la sua idea di città: “In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per imparare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)”. Ma non era semplice realizzare queste cose.
Sommerso da mille difficoltà, La Pira si muove con coraggio, facendo anche scelte difficili, che spesso fanno discutere. Un problema era quello delle persone senza casa: La Pira trovò una vecchia legge, che lo autorizzava a sequestrare proprietà private in casi di emergenza sociale: settemila famiglie sfrattate, disse, sono un’emergenza. Requisì alcune villette vuote: il comune pagava l’affitto, e ci sistemava le famiglie in attesa di trovare un alloggio definitivo. Ma molti erano scontenti, e lo denunciarono. La sua reazione, la spiegò in una lettera al Giornale del Mattino: “Devo lasciarmi impaurire da queste ‘denunce penali’ che non hanno nessun fondamento giuridico – e tanto meno morale! – o devo continuare, ed anzi con energia maggiore, a difendere come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? Lei non avrà dubbi sulle risposte, direttore: neanch’io. Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri – sfrattati licenziati, disoccupati e così via – è come un pastore che per paura del lupo abbandona il suo gregge”.

Nel 1954 scoppiò il caso della Pignone, la più grossa fabbrica fiorentina. Durante la guerra era cresciuta molto producendo mine navali, poi aveva cercato di riconvertirsi ma con poco successo. La società a cui apparteneva l’azienda, la Snia, voleva licenziare tutti i dipendenti, e chiudere. La Pira si schierò a fianco dei lavoratori, scrisse appelli, partecipò alle manifestazioni. Poi, insieme con i lavoratori, ebbe un’idea: la fabbrica produceva turbine che potevano essere utilizzate per l’estrazione del petrolio.

Così telefonò al suo amico Enrico Mattei, che era presidente dell’Eni, e lo convinse a comprare la fabbrica. Oggi è una delle più grandi al mondo nel settore, esporta prodotti in Russia, in Arabia, in America. Anche in quell’occasione, insomma, aveva visto giusto. Intanto però aveva ricevuto offese, attacchi di ogni tipo per aver difeso gli operai. Veniva accusato di essersi prestato al gioco dei comunisti, lo chiamavano “pesciolino rosso nell’acquasantiera”, “comunistello di sacrestia”.
Erano accuse che lo ferivano, e lui si difendeva. In una lettera a Pio XII, scrive: “Io non posso avallare mai l’iniquità: non conosco la tecnica del compromesso politico e diplomatico: ho parlato chiaro ai fascisti; ho parlato chiaro, anzi più chiaro ancora, ai comunisti; parlo chiaro anche ai proprietari che non sono consapevoli delle gravi responsabilità connesse coi talenti che Dio loro affida. Non posso assistere impotente alle ingiustizie che si commettono sotto l’apparenza della legge”. E a De Gasperi, spiega: “Tutta la vera politica sta qui: difendere il pane e la casa della più gran parte del popolo italiano… Il pane (e quindi il lavoro) è sacro; la casa è sacra; non si tocca impunemente né l’uno né l’altra! Questo non è marxismo: è Vangelo!”.
Per tutte queste cose, e altre ancora, i fiorentini lo chiamavano il “sindaco santo”. Non perdeva occasione per aiutare i poveri, se vedeva un mendicante era capace di regalargli il cappotto nuovo, e il suo stipendio di professore finiva tutto in carità. Pensò anche allo sviluppo della città, a costruire scuole, ponti, quartieri interi. Poi, nel 1964, dovette lasciare la carica di sindaco. Molti fiorentini andarono in Palazzo Vecchio fischiando e gridando per protesta, perché volevano che restasse. Ma sono i giochi della politica, non sempre è facile capirli. Lui intanto continuò a svolgere quel ruolo, che si era ritagliato e che gli calzava a pennello, di ambasciatore di pace della repubblica fiorentina.

Appena divenuto sindaco, La Pira aveva dedicato molti sforzi alla causa della pace. Spes contra spem, sperare contro ogni speranza era il suo motto: fare ogni tentativo, anche quando tutto sembra perduto, per riportare la pace, per far nascere la trattativa, fermare le armi. Era convinto, in particolare, che Firenze avesse un ruolo particolare, quello di trasmettere un messaggio di pace al mondo: lo ha ripetuto in tanti discorsi, in tante occasioni. “Vorremmo che tutti i tesori di storia, di grazia, di bellezza, di intelligenza, di civiltà, che la Provvidenza ha ‘accumulato’ a Firenze costituissero essi stessi un gigantesco messaggio di pace rivolto a tutti i popoli della terra; un messaggio che li chiama tutti, quasi irresistibilmente, e malgrado ogni resistenza ed ogni contrarietà – spes contra spem – ad edificare la città della pace: a compiere, cioè, l’opera delle opere: a dare inizio alla storia nuova dei ‘mille anni’ di civiltà e di pace”.

Per mettere in pratica queste idee, convocò a Firenze i Convegni per la pace e la civiltà cristiana, e poi i Colloqui mediterranei, con i paesi arabi e quelli europei.

A Firenze arrivavano i rappresentanti di decine di nazioni, c’erano anche i capi di paesi in conflitto che si incontravano, discutevano. La pace tra Algeria e Francia nacque, in qualche modo, proprio nei corridoi di Palazzo Vecchio. La Pira cercava i punti comuni, gli elementi condivisi da tutti i popoli su cui fondare il dialogo: il valore della persona umana, i valori della libertà, del lavoro, della preghiera, della poesia.
Il messaggio di pace di La Pira partiva da Firenze ma si allargava a tutte le città. Nel 1954, parlando a un convegno della Croce Rossa a Ginevra, approfondì il suo ragionamento: “Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima e un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietre: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio.

È mai pensabile che questa reale ‘ricchezza delle nazioni’, che queste essenziali strutture della civiltà umana – strutture nelle quali trovano espressione i valori storici e creativi dell’uomo e, in un certo senso, gli stessi valori storici e creativi di Dio – possano essere radicalmente eliminate dalla faccia della terra? Eppure la possibilità di questo sradicamento totale delle città umane dalla faccia della terra è ormai inequivocabilmente dimostrata: poche bombe all’idrogeno lanciate sopra pochi punti del globo possono ridurre la terra a un deserto… La mia dolce, misurata e armoniosa Firenze, creata insieme dall’uomo e da Dio, per essere come città sul monte, luce e consolazione sulle strade degli uomini, non vuole essere uccisa!

Questa medesima volontà di vita affermano, con Firenze, tutte le città della terra: città, ripeto, capitali e non capitali; grandi e piccole; storiche e non storiche; artistiche e non artistiche: tutte! Esse proclamano unanimi il loro inviolabile diritto all’esistenza: nessuno ha il diritto, per qualsivoglia ragione, di ucciderle”.

Da queste idee nacquero i gemellaggi di cui La Pira si fece promotore, creando legami tra Firenze e le città di tutti i continenti: Filadelfia, Kiev, Kyoto, Fez, Edimburgo, Reims. Bisogna unire le città, diceva, per unire le nazioni. Organizzò a Firenze, nel 1955, un convegno dei sindaci delle capitali del mondo: Washington, Gerusalemme, Londra, Parigi, Pechino… E anche il sindaco di Mosca, che lo invitò a ricambiare la visita. Ci andò nel 1959, primo politico occidentale a varcare la “cortina di ferro”.

Andò a pregare nei santuari russi e poi al Cremlino, di fronte al Soviet Supremo, dove non ebbe timori a parlare di Gesù. “In una fase storica nuova, tutti vedono che è il momento di rafforzare l’impegno per la pace. Come? Signori, io sono un credente cristiano e, dunque, parto da questa ‘ipotesi di lavoro’: credo nella presenza di Dio nella storia, nell’incarnazione e resurrezione di Cristo e credo nella forza storica della preghiera; perciò, secondo questa logica, ho deciso di dare un contributo alla coesistenza pacifica tra Est e Ovest come dice il Signor Krusciov, facendo un ponte di preghiera fra Occidente e Oriente per sostenere come posso la grande edificazione di pace nella quale tutti siamo impegnati”.
Quello a Mosca è solo uno dei suoi tanti viaggi. Uno dei più delicati fu quello in Vietnam, mentre stava cominciando la guerra: tentò di aprire la trattativa tra il governo vietnamita e quello americano, ma alla fine prevalse la logica di chi pensava di risolvere tutto con le armi. Altri viaggi importanti li fece in Medio Oriente, in Terra Santa, in Egitto, in Giordania. Aveva già capito che non ci potrà essere pace nel mondo finché non ci sarà pace tra cristiani, ebrei, musulmani: quella che lui chiamava la “famiglia di Abramo”. Tornò diverse volte in quelle terre, incontrò ministri egiziani e israeliani, il re di Giordania.

In uno scritto molto bello racconta questi suoi tentativi, il titolo è già un programma: “abbattere i muri, costruire ponti”. “abbiamo cercato di costruire un ponte di preghiera e di riflessione storica e politica fra le rive avverse che separano ancor tanto gravemente i popoli fratelli – la famiglia di Abramo – del Medio Oriente. Il messaggio che abbiamo portato è che la guerra anche ‘locale’ non risolve, ma aggrava i problemi umani; che essa è ormai uno strumento per sempre finito; e che solo l’accordo, il negoziato, l’edificazione comune, l’azione e la missione comune per l’elevazione comune di tutti i popoli, sono gli strumenti che la Provvidenza pone nelle mani degli uomini per costruire una storia nuova e una civiltà nuova”.

Quanta speranza, in queste parole. Una speranza che non è campata in aria, ma si fonda su una convinzione precisa: il fatto che, dopo la scoperta della bomba atomica, la guerra non ha più senso. Lo afferma in maniera netta, nel 1961, in una lettera al presidente sovietico Krusciov. “Siamo ormai sul crinale apocalittico della storia: in un versante c’è la distruzione della terra e dell’intera famiglia dei popoli che la abitano, nell’altro versante c’è la millenaria fioritura della terra e della intera, unitaria, famiglia dei popoli che la abitano: fioritura carica di pace, di civiltà, di fraternità e di bellezza: la fioritura profetica dei ‘mille anni’ intravista da Isaia e da San Giovanni: i governanti di tutta la terra sono oggi chiamati a fare questa scelta suprema. Altra scelta non c’è. Per andare verso il versante della fioritura bisogna accettare il metodo indicato dal Profeta Isaia: trasformare i cannoni in aratri ed i missili e le bombe in astronavi e non ‘esercitarsi con le armi’, non uccidere ma amare”.

Nella profezia di Isaia (“… trasformeranno le loro spade in aratri e le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra”) La Pira crede fermamente. E i segni contrari che vediamo nel mondo, le guerre, gli scontri, vanno visti in profondità. È l’ottica della “storiografia del profondo”, che La Pira spiega così: “Il movimento delle acque dei mari obbediscono a leggi precise. Alla superficie, le acque ci appaiono agitate, ci suggeriscono l’immagine del caos, di un divenire caotico, in balia di forze incontrollabili, ma nel profondo vi sono potenti e misteriose correnti che governano il moto delle acque. Anche nel profondo della storia umana, così agitata nella superficie, vi sono delle grandi e misteriose correnti che trascinano in un senso ben preciso: verso l’unità e la pace. Bisogna saperle individuare”. Un modo di leggere la storia fondato sulla speranza: speranza riposta, ad esempio, nei giovani. “Le generazioni nuove – afferma in un famoso discorso – sono come gli uccelli migratori, come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione. Quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale, verso le terre ove la primavera è in fiore”.

Negli ultimi anni, quando non ricopre più nessun incarico politico, La Pira rimane al centro di mille contatti internazionali. E quando è ormai anziano e malato, la politica lo chiama a nuovi impegni. Fu in prima linea nelle battaglie per i referendum sull’aborto e sul divorzio, difese con forza il valore della vita, della persona, della famiglia. E nel 1976 la Democrazia Cristiana gli chiese nuovamente di candidarsi. Fu eletto deputato, ma partecipò poco ai lavori del Parlamento perché la malattia, un tumore del sangue, ormai lo costringeva a letto.
Giorgio La Pira muore un sabato, il 5 novembre 1977. Con lui ci sono gli amici di sempre: poco dopo arriva l’arcivescovo, il cardinale Giovanni Benelli. Paolo VI in un telegramma esprime il suo cordoglio per la morte del “generoso e fedele servo del Signore Giorgio La Pira”. Il giorno dopo, la salma viene esposta in San Marco: i fiorentini si riversano in massa a salutare il “sindaco santo”, mentre da tutto il mondo arrivano personalità della politica e della cultura, uomini di ogni nazione e religione. Il 7 novembre, i funerali: in Duomo, il cardinal Benelli parla delle radici religiose di La Pira: “Nulla può essere capito di Giorgio La Pira se non è collocato sul piano della fede”. Poi fu sepolto nel cimitero di Rifredi, accanto a don Facibeni. Sulla sua tomba c’è una lampada, dono di alcuni ragazzi fiorentini, israeliani e palestinesi. Sopra c’è scritto “Pace, Shalom, Salam”.

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Un pensiero riguardo “Per non dimenticare. Ritratto di Giorgio La Pira

    […] dalla fama a spese di politici indefessi, magari eredi di quel san Giorgio La Pira che a Firenze donò il suo cappotto a un povero assiderato. Ma siamo vaccinati e, soprattutto, abituati. Ricordiamo che in passato ci chiamarono […]

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