Lo sconsiderato incitamento alla guerra contro l’Iran.

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Da Arabnews riportiamo la traduzione italiana dell’articolo di Patrick Seale (*) pubblicato in Agence Global il 23 giugno.

La campagna di propaganda e di intimidazione compiuta da Israele contro l’Iran e il suo programma nucleare ha raggiunto proporzioni pericolose. Essa rischia di generare un inarrestabile slancio verso la guerra, con conseguenze catastrofiche per la regione, per il resto del mondo e per Israele stesso. Questa campagna ha una forte somiglianza con la campagna di disinformazione che Israele e i suoi alleati neoconservatori – dentro e fuori l’amministrazione Bush – hanno condotto contro l’Iraq di Saddam Hussein nella fase di preparazione alla guerra del 2003.

Molti ritengono che Israele intenda spingere il presidente George W. Bush a colpire l’Iran prima che termini il suo mandato nel gennaio prossimo. Questo è stato il messaggio che il primo ministro Ehud Olmert ha portato alla Casa Bianca nel corso della sua ultima visita negli Stati Uniti all’inizio di giugno. La persistente propaganda a favore della guerra, da parte di Israele, ha spinto Muhammad al-Baradei, direttore generale dell’ AIEA (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) a lanciare un grido d’allarme. Nulla di ciò che egli ha visto in Iran rappresenta “una minaccia urgente, grave ed attuale”, ha dichiarato in un’intervista alla televisione ‘al-Arabiya’ venerdì scorso. D’altro canto, un attacco militare contro l’Iran, ha affermato, trasformerebbe la regione in una “palla di fuoco” e spingerebbe l’Iran a costruire armi nucleari.

Egli avrebbe potuto anche aggiungere che un attacco degli Stati Uniti o di Israele contro l’Iran avrebbe un impatto disastroso sulle economie e le società del Golfo, che si troverebbero inevitabilmente sulla linea del fuoco.

Tre recenti sviluppi hanno contribuito ad accrescere i timori di un confronto militare.

• All’inizio di questo mese, Israele ha effettuato una grande esercitazione aerea nel Mediterraneo orientale, che ha impegnato oltre 100 aerei F-16 e F-15. I funzionari del Pentagono hanno detto che il suo evidente obiettivo era quello di mettere in pratica le tattiche di volo e di rifornimento aereo per un possibile attacco contro gli impianti nucleari dell’Iran.

• In una lunga intervista pubblicata in prima pagina dal quotidiano francese Le Monde il 20 giugno, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha categoricamente respinto come falso il recente ‘National Intelligence Estimate’ americano, che aveva concluso che l’Iran aveva interrotto lo sviluppo del suo programma nucleare militare nel 2003. Invece, Barak ha ribadito il solito ritornello israeliano secondo cui l’Iran è “una sfida per il mondo intero”, affermando che “nessuna opzione dovrebbe essere esclusa dall’elenco delle possibilità”. Se il mondo permettesse all’Iran di diventare una potenza nucleare, i dispositivi nucleari, egli ha sostenuto, cadranno nelle mani dei terroristi entro un decennio, e potrebbero essere inviati ‘via container’ verso i più grandi porti della costa est degli Stati Uniti, dell’Europa o di Israele.

Israele, egli ha affermato, ha dovuto essere un “leone” in un “ambiente ostile”. Ha dovuto affrontare le minacce del “terrorismo islamico radicale, della proliferazione di tecnologia nucleare militare e degli stati canaglia”. Nel far fronte a queste minacce, Barak ha ricordato la distruzione, da parte dell’ex primo ministro Menachem Begin, del reattore nucleare iracheno di fabbricazione francese nel 1991, come a dire che questo è stato un precedente da seguire. Barak non si è preoccupato, tuttavia, di parlare del contributo sostanziale che Israele ha dato alla violenza, all’anarchia e al caos in Medio Oriente.

• Un recente studio di 30 pagine del Washington Institute for Near East Policy, intitolato ‘L’ultima risorsa’ (The Last Resort), appoggia non soltanto un attacco ‘di un sol colpo’ contro l’Iran – utilizzando, se necessario, armi nucleari ad alta penetrazione – ma una politica più ambiziosa di “attacchi militari successivi contro un certo numero di obiettivi, di pari passo con una serie di misure non militari, applicate per un periodo di tempo prolungato”. Questo studio sembra essere a favore dell’ipotesi che l’Iran venga colpito duramente e tenuto a bada nel prossimo futuro!

Il Washington Institute è uno dei principali strumenti di Israele per influenzare l’opinione americana. Esso concentra i suoi sforzi sul tentativo di plasmare la politica mediorientale dell’amministrazione americana, in maniera molto simile al modo in cui l’AIPAC, la lobby israeliana, plasma il punto di vista del Congresso degli Stati Uniti. Così come in passato esercitò pressioni per ottenere la distruzione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, allo stesso modo Israele ora preme per la distruzione dell’Iran. Evidentemente lo stato ebraico insiste nel vedere la sua sicurezza sul lungo periodo in termini di dominio militare su una regione indebolita e frammentata, piuttosto che in termini di una pace globale con i suoi vicini.

Ma questo è quasi certamente un errore strategico di primaria importanza. Questo atteggiamento non ha portato sicurezza ad Israele e potrebbe rivelarsi auto-distruttivo. E’ sicuramente arrivato il momento per Israele di ripensare la dottrina di sicurezza che ha perseguito sin dalla creazione dello stato nel 1948.

(*) Patrick Seale è un giornalista inglese specializzato in questioni mediorientali; è autore del libro “The Struggle for Syria”

Titolo originale:
Israel’s Reckless Incitement of War against Iran

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