L’IBLA dei Padri Bianchi a Tunisi: un dialogo fra culture diverse che va avanti da quasi un secolo.

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Propongo ai lettori del sito un mio articolo, pubblicato il 20 marzo sul giornale online Pratoblog, con un’intervista a Padre Gianbattista Maffi, direttore della Biblioteca di Ricerca dell’IBLA. (Giacomo Fiaschi)

P. Gianbattista Maffi
P. Gianbattista Maffi

Quando, il 18 gennaio 1952 la polizia agli ordini del “protettorato” francese entrò nella villetta nei paraggi di Bab Mnara per arrestare l’avvocato Habib Bourghiba, il leader indipendestista che di lì a poco sarebbe diventato il primo presidente della Tunisia, la moglie Mathilda Moufidha e il figlio Jean Habib trovarono ospitalità e rifugio nella vecchia palazzina dove, sin dal 1928, i Missionari d’Africa, meglio conosciuti come “Padri Bianchi“, avevano insediato l’Insitut des Belles Lettres Arabes (IBLA). L’idea di creare un centro di studi e ricerche sul Maghreb era venuta a Padre Henri Marchal dopo il fallimento della missione dei Padri Bianchi a Ghardaïa, in Algeria, dovuto soprattutto alla loro ignoranza della lingua araba.

Dicotto anni prima di quel 18 gennaio del ’52, nel 1934, il Padre Superiore della casa, André Demeerseman, nel corso del ricevimento dato in occasione dell’inaugurazione del “Cercle des Amitiés tunisiennes“, aveva messo alla sua destra il figlio del “Bey” e alla sua sinistra il rappresentante del “Résident” francese. La cosa garbò così poco ai francesi (e figurarsi…) che un membro del protocollo della “Résidence” fece addirittura osservare al padrone di casa che avrebbe dovuto fare il contrario. La diplomatica risposta di Padre Demeerseman fu: «Je suis chez moi et j’y fais ce que je veux».

Padre Demeerseman e Habib Bourghiba
Padre Demeerseman e Habib Bourghiba

Nella foto Habib Bourghiba e Padre Demeerseman. La foto, della fine degli anni cinquanta, mostra i due personaggi che, uno a fianco dell’altro,  percorrono una strada di Tunisi in occasione di una solennità civile. Bourghiba era già Predisente, ed era nota la sua insofferenza per qualsiasi tentativo da parte di personalità, tunisine e non, di sovrapporsi alla sua immagine di leader. Osservando la foto, se non fosse per il clergyman, non sarebbe facile dire chi dei due sia il capo di stato. In realtà Padre Demeerseman, un vero e proprio mito nella storia contemporanea della Tunisia, fu sempre amato, rispettato e stimato da Bourghiba, che gli riconobbe sempre pubblicamente meriti e autorità culturale e morale.

Questo episodio, entrato ormai nell’aneddotica dell’Istituto (e probabilmente anche nel libro nero della diplomazia francese), la dice lunga sul “modus operandi” di questi strani preti, che conoscono a menadito il Corano non meno del Vangelo, e che in questi paraggi, da sempre, sono amati e stimati da tutti. Coltissimi e poliglotti, vanno a spasso in borghese, e credo che neanche il Padreterno sarebbe in grado di riconoscerli a colpo d’occhio in mezzo alla gente. Del resto per loro è una tradizione, anzi, una regola, vestirsi come si veste la gente del posto in cui si trovano: alla fine dell’800, quando il vescovo di Algeri Charles Lavigerie, con geniale intuizione, fondò l’Istituto si rivolse alla prima comunità missionaria con queste parole: «Vous parlerez la langue des gens. Vous mangerez leur nourriture. Vous porterez leur habit».
Ho avuto, in queste ultime settimane, occasione di intrattenermi più d’una volta con uno di questi Padri Bianchi. Si chiama Gianbattista Maffi, è bergamasco e, a giudicare da come porta i suoi cinquantatre anni, dieci dei quali passati in missione in Mali spesso in sella ad una moto carica di dinamite (necessaria per scavare pozzi artesiani per l’acqua potabile), deve godere d’una simpatia speciale da parte del Padreterno. Dopo un decennio d’insegnamento al Pontificio Istituto di Studi Arabi ed Islamistica in Viale di Trastevere a Roma è stato inviato a Tunisi. Abita nel cuore della “Medina” da poco più di sei mesi ma sembra esserci nato. Parla con la gente in arabo senza nessuna difficoltà, e quando attraversa i vicoli della Kasbah per andare a casa, nessuno lo scambia per turista. Anche questa è una bella grazia di Dio.

Nominato di recente Direttore della Biblioteque de Recherche dell’IBLA, ha trasformato il suo ufficio in un laboratorio di restauro e studio della patologia del libro. Sembra di stare in una stanza dell’Opificio delle Pietre Dure. Sulla scrivania il computer e il telefono hanno lasciato il posto a barattoli di colla, attrezzi per rilegare libri, taglierini, cartoni e strisce di tessuto: tutte cose che gli servono per rimettere in forma annali di riviste, tomi voluminosi logorati da un uso non sempre corretto da parte dei lettori, vecchie pubblicazioni che, se non fossero rimesse a posto e restaurate a puntino finirebbero per diventare carta straccia.

Quando sono andato a trovarlo era alle prese con la rilegatura di un grosso volume che raccoglie un’annata de “La Presse“, il maggior quotidiano del paese, di una cinquantina d’anni addietro. Prima di cominciare facciamo un breve sopralluogo. L’immobile, una vecchia palazzina in stile arabo, classico esempio di architettura locale inizio ‘900 arricchita di non pochi elementi di pregio ben conservati, ha urgente bisogno d’un restauro. La struttura muraria sembra tenere ancora bene ma il carico dei volumi che in quasi un secolo si sono via via aggiunti alla Biblioteca è probabilmente ai limiti della sopportabilità, mentre l’impianto elettrico, che a occhio risale almeno a una sessantina d’anni addietro, fa pensare che un corto circuito ci metterebbe poco a ridurre in cenere i trentacinquemila volumi (senza contare le oltre 600 riviste e periodici che rappresentano 800 metri lineari di volumi) della biblioteca, comprese le persone che vivono in quell’edificio.

Padre Gianbattista, so che il suo incarico la vede impegnato, oltre che nella direzione della Biblioteca e nel restauro dei volumi, anche in un lavoro di relazioni costanti con il mondo islamico. In che modo lei svolge questa missione?
«Nei locali della Biblioteca si tengono regolari incontri con docenti e studenti universitari interessati ad approfondire e a sviluppare il dialogo fra le due culture. Tutto questo si svolge partendo da un profondo e totale rispetto della persona e della cultura dell’ “altro”, non dimenticando mai che per essere noi stessi “abbiamo bisogno” dell “altro”. Nessuno, qui, deve sentirsi “un estraneo”. Nell’Institut des Belles Lettres Arabes la diversità è da sempre vissuta come una risorsa, non come un handicap».

Come si svolge l’attività dell’IBLA attualmente?
«La Biblioteca, ricca di oltre trentacinquemila opere, rappresenta lo strumento più importante dell’IBLA. Si tratta di una “biblioteca di ricerca” fortemente specializzata, dove ogni giorno arrivano studenti e docenti universitari per consultare e raccogliere una documentazione difficilmente reperibile altrove. Da parte nostra offriamo loro assistenza e, nei limiti delle nostre possibilità, ogni supporto tecnico per facilitare il loro lavoro. La rivista, semestrale, da settant’anni raccoglie e propone ininterrottamente interventi qualificati su argomenti e temi attinenti alla storia locale, alla lingua e alla cultura del Paese. Oltre alla Biblioteca “di ricerca” esiste anche una “biblioteca per ragazzi” che rappresenta una risorsa preziosa per i tanti studenti che abitano nel quartiere e che trovano, nei locali di questa biblioteca, uno spazio ideale per lo studio».

Come le sembra procedere il dialogo fra le due culture diverse in questi anni?
«Il dialogo fra le due culture, così vicine e nello stesso tempo tempo così lontane, è qualcosa che si può ottenere solo se le persone s’impegnano a riscoprire le radici profonde, le origini più genuine del pensiero sia islamico sia cristiano. Oggi la possibilità di un dialogo del genere appare molto compromessa sia da una situazione politica degenarata e inquinata dai cosiddetti “fondamentalismi”, che pregiudicano in modo serio, dall’una e dall’altra parte, ogni possibilità di incontro, sia dalla superficialità con la quale gran parte di cristiani e mussulmani vivono le rispettiva identità culturali. In queste condizioni trionfa l’indifferenza e l’incontro, quando c’è, è quasi sempre destinato a diventare “scontro” e ogni tentativo, per lo più improvvisato, di dialogo si risolve spesso in rissa dalla quale ognuno esce malconcio. A questo proposito devo dire che una grossa responsabilità mi sembra che l’abbiano i mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la televisione, che profittano sempre volentieri della “bagarre” in diretta per questioni di ascolto. Ma su questo ci sarebbero troppe cose da dire».

Padre Gianbattista la televisione la vede poco: le sue giornate sono assorbite totalmente dal suo lavoro e di tempo da dedicare ai pippibaudi, siano essi locali che nostrani, gliene resta poco. Anche il tempo che mi ha dedicato lo ha dovuto sottrarre alla cura dei “suoi” libri. Lo vedo molto preoccupato della situazione della Biblioteca e so che sta cercando di fare il possibile per trovare i fondi necessari al restauro. Vista la sua attitudine a passare all’atto pratico, non mi meraviglierei se uno di questi giorni lo trovassi in tenuta da muratore o elettricista. Ma in questo caso non funzionerebbe come con i libri. Padre Gianbattista da solo non potrebbe fare granché. Qui c’è bisogno d’una squadra completa di muratori, idraulici, elettricisti e Dio solo sa quant’altro e, prima ancora di tutto questo, ci vorrebbe un bel progetto che garantisca la sopravvivenza sia di questi locali sia del contributo straordinario che qui si da alla cultura e alla civiltà del dialogo.

Mentre m’intrattenevo con Padre Gianbattista pensavo alle nostre città, sempre più “multiculturali” e “multirazziali” che rischiano, senza l’apporto di una autentica cultura e metodologia del dialogo, di diventare il terreno migliore nel quale una nuova barbarie, all’insegna della più squallida mediocrità, può crescere rigogliosa e farci ripiombare in un secondo medioevo, più tenebroso del primo, dominato da poteri che lo sviluppo tecnologico rende inattaccabili: la minaccia è reale e se dovesse verificarsi questo cambiamento temo che un secondo Umanesimo e un nuovo Rinascimento troverebbero ostacoli insormontabili per far uscire tutti dalle tenebre dell’odio e dell’ignoranza.

Credo che tutti dovremmo essere sensibili a questa cosa, perché se c’è una possibilità di convivenza pacifica fra culture diverse costrette ad una coabitazione forzata da un processo di globalizzazione ormai inarrestabile, questa dipende in gran parte anche dal lavoro che, lontano dai riflettori dell’informazione-spettacolo, viene svolto ogni giorno da persone come Padre Gianbattista. Da parte mia gli ho assicurato che non mancherò di cesellare la pazienza degli amici che lavorano in enti e istituzioni varie per vedere se è possibile far qualcosa di concreto, magari raccattando le briciole di quel che viene speso del pubblico danaro per organizzare seminari convegni e conferenze per parlare di cosa si dovrebbe fare.

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