Una citazione non ad majorem Dei gloriam

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Non so quanto ci sia da star dietro a quello che dicono le statistiche. In generale sono un po’ diffidente, soprattutto quando riguardano aspetti della vita quotidiana che abbiamo davanti ai nostri occhi e ci voglion far credere qualcosa di troppo differente da quel che ci suggeriscono il senso comune e la nostra stessa esperienza. Emblematica la storiella della statistica sul pollo. Per spiegare come funziona la statistica ci dice che, se siamo in due e c’è un pollo, allora statisticamente c’è mezzo pollo a testa. Il fatto che quel pollo se lo pappi da solo uno dei due, per la statistica è irrilevante. Un po’ meno lo è, evidentemente per chi resta a pancia vuota. A parte la prudenza che ci suggerisce questo semplice aneddoto, del quale converrebbe tuttavia rammentarci quando ci si trova di fronte a tabelle di dati, rilevazioni, sondaggi demoscopici e via di seguito, i risultati di un sondaggio riportato da “Avvenire” di oggi confermano, purtroppo, una situazione generalizzata di quel che il senso comune e la nostra esperienza ci han fatto temere tante volte, leggendo qua e là commenti e messaggi “postati” dai giovani (ma anche dai meno giovani) nei vari “forum” del web.
La riporto tal quale, e per intero, non, purtroppo, ad majorem Dei gloriam.

Da “Avvenire” 13 Luglio 2008
Indagine
Lingua italiana in frantumi alla prova studenti

Alle medie superiori vocabolario risicato: per il 28% elidere vuol dire volare, per il 24% abiurare è il nome di un animale. Così l’80% dice di trovarsi a disagio quando gli altri parlano. Mentre doppie, condizionali, accenti e congiuntivi sono ormai un lusso

S arà colpa degli sms, delle mail, delle password, di quel vizio di trasformare in acronimi non solo interminabili nomi di enti, ma anche avverbi (cmq, comunque) spesso sotto­posti addirittura a contrazioni grafiche (xché, +ttosto). Ma for­se non basta a spiegare come mai per uno studente su quattro «e­lidere » significa volare, «abiurare» è il verso di un animale e l’uso corretto del condizionale e delle doppie un lusso. D’altronde, se le fonti maggiori di insegnamen­to dell’italiano, rivela lo studio dell’agenzia di marketing e co­municazione BocconiTrova­to& Partners di Milano, per uno studente su due sono i film e la tv, c’è poco da stupirsi. Come se non bastasse ignorano i sinonimi, sbagliano a usare le parole e non trovano mai quelle giuste. Ma guai aprire il vocabolario! Trop­po noioso e antiquato, vanno ri­petendo, come i libri di testo e le lezioni d’italiano. Salvo poi ac­corgersi che al primo colloquio di lavoro sbagliano risposta per­ché non hanno capito la do­manda.
Sa tanto di «analfabetismo stri­sciante », e non certo «di ritorno», questo scomodo rapporto con la lingua madre – ridotta sempre più spesso all’italiano spicciolo, quello che anche uno straniero è costretto a imparare per avere un minimo di autonomia – emerso dai cinque focus group con un centinaio di studenti delle scuo­le medie superiori. Così psicolo­gi e sociologi hanno scoperto che il 28% pensa che «elidere» signi­fichi «volare» ( forse per via di quell’ «eli» iniziale), il 24% dice che «abiurare» è il verso di un a­nimale e il 46% che è un sinoni­mo di «minacciare», infine il 12% ripete che «zuzzurellone» è un re­cipiente. Passando alle coniuga­zioni dei verbi, che un tempo ser­vivano per mettere alla prova il tempismo degli studenti nel da­re la risposta giusta, l’incubo re­sta sempre lo stesso: il corretto uso del congiuntivo che il 38% dei ragazzi sbaglia regolarmen­te. Non va molto meglio con con­dizionale e passato remoto, un problema rispettivamente per il 27% e il 31%. Quando poi si trat­ta di scrivere, la situazione peg­giora: vengono spesso dimenti­cati gli accenti (il 63% non sa de­cidersi tra «se» e «sé») e ignorate le doppie consonanti (il dubbio attanaglia il 22%). Ma la regole grammaticali e l’ortografia non sono l’unico scoglio, anche il pa­trimonio di vocaboli fa acqua: molti studenti non conoscono i sinonimi e sbagliano a usare le parole. Così «dirimere», per il 35%, è l’ideale sinonimo di «an­dare a zonzo» mentre «piccato» suona bene come nome di una pianta (41%).
A indagine conclusa, però, anche l’autocritica trova un suo spazio. Infatti, più della metà degli stu­denti attribuisce una sufficienza risicata al vocabolario personale: il 34% lo giudica lacunoso in al­cuni contesti e il 21% ammette di non conoscere molte parole oltre a quelle di uso comune. Perciò l’80% rivela di essersi sentito a di­sagio per non aver capito una fra­se altrui, il 77% che più di una volta non ha trovato le parole giu­ste, il 39% di essere stato frainte­so e il 22% di aver dovuto rispie­gare quanto appena detto. Forse quelli che loro ritengono rimedi, come imparare il significato di termini difficili guardando i film (61%) o la tv (54%) oppure inter­net (31%) non è la strada miglio­re. Sarebbe il caso di spiegare lo­ro che non esistono solo le cose che divertono, ci sono anche quelle che costano fatica. L’ita­liano, come qualsiasi altra lingua, bisogna saperla capire, parlare, scrivere e leggere. E per riuscirci c’è una sola via: studiarla.

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