Nemo dat quod non habet. Note a margine di un summit dei Quarantaquattro.

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Il Summit UPM
Il Summit UPM

C’eran tanti rappresentanti di stato e di governo europei nordafricani e non solo, domenica 13 luglio, al Grand Palais di Parigi, invitati dal presidente francese Sarkozy.
Quarantaquattro in tutto, proprio come i gatti della simpatica canzoncina.
Ma, a giudicare da quel che si legge sui giornali, a differenza dei mitici gattini dello Zecchino d’oro non sembra che si potrà dire, un giorno raccontando questo evento,  che «si unirono compatti».
L’UPM, è un acronimo che, in Italia almeno, suona paurosamente simile a quello d’una grande catena di distribuzione: sta per «Unione per il Mediterraneo» e dovrebbe segnare l’inizio d’una nuova era dei rapporti fra i paesi Europei e quelli che si affacciano sull’Europa «dall’altra sponda» del Mare Nostrum.

A giudicare dalle dichiarazioni d’intenti dei quarantaquattro riuniti al Grand Palais sembra davvero d’esser di fronte ad un progetto che sembra destinato a cambiare mezzo mondo:

  • il Sahara ricoperto da pannelli fotovoltaici,
  • il Mar Mediterraneo ripulito in una decina d’anni,
  • una Protezione Civile Comune e, infine,
  • le «Autostrade del Mare».

Roba grossa, insomma, sostanziosa e altisonante. In linea con la proverbiale «grandeur» transalpina, e non poteva essere altrimenti: c’era anche Berlusconi, che diamine! Il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri, che ha plaudito all’iniziativa dell’amico Nicolas Sarkosy, per rilanciare il ruolo dell’Italia in questa iniziativa non ha trovato di meglio, per sottolineare quanto sia stato sempre sensibile ai problemi più scottanti dell’area del Mediterraneo, che citare se stesso (non cessa mai di sorprenderci) affermando di aver “sostenuto anche economicamente Arafat quando Craxi vedeva in lui un protagonista credibile del processo di pace“.

Chissà come c’è rimasto quando, qualche anno fa all’indomani del decesso di Arafat, ha saputo che gran parte dei fondi raccolti per la causa palestinse (e quindi anche un po’ dei suoi quattrini) erano nei forzieri di qualche banca svizzera e che il povero Abu Mazen per ottenerne la disponibilità dalla ricca vedova del leader palestinese ha dovuto faticare non poco e, alla fine, cedere a richieste non proprio in linea con gli ideali politici proclamati urbi et orbi dal defunto Yasser quando ancora “Craxi vedeva in lui un protagonista credibile del processo di pace“.

Il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri farebbe, forse, meglio ad essere meno imprudente con le citazioni di se stesso: quei cattivoni di magistrati qualche volta leggono i giornali e a qualcuno potrebbe anche saltare il ghiribizzo di andare a spulciare per vedere come fu contabilizzato quel sostegno economico dall’allora semplicemente «Cavaliere», del quale Craxi fu irriverentemente definito «l’elettricista» da un Roberto Benigni allora molto più scatenato di quello che oggi leggiucchia Dante nelle piazze.

Insomma, da questo summit di potenti, a parte qualche dichiarazione autocelebrativa, è uscita una proclamazione d’intenti che, a leggerla, farebbe pensare che davvero ci sia voglia di fare grandi cose. Ma se dai saloni del Grand Palais i Quarantaquattro Potenti si son potuti godere il panorama della Senna mentre, fra una cerimonia e l’altra, han discusso del futuro dell’Unione per il Mediterraneo, qualche cittadino del Mediterraneo, non potente come loro, ha vissuto, enelle stesse ore, un presente molto lontano dal fascino suggestivo degli scenari futuristici di Parigi.

Si chiamano Cpt, ovverosia Centri di Permanenza Temporanea ed esprimono a meraviglia, mediante il curioso contrasto lessicale che coniunga in modo surreale il concetto di “permanenza” con quello di “temporaneità“, la coerenza della logica adottata dai nostri governanti quando studiano soluzioni ai problemi. Più appropriato di “permanenza” sarebbe stato, in questo caso, semmai, “soggiorno” ma forse a qualcuno à apparso tragicamente comico parlar di soggiorno in questi casi, e visto che non se l’è sentita di chiamar la cosa col suo vero nome, vale a dire “reclusione” ha tirato giù quel “permanenza” che se non fosse tragico per quel che evoca farebbe anche ridere…

A Lampedusa ce n’è uno, di Cpt, che da anni sta scoppiando per il sovraffollamento. Forse un nuovo summit dell’UPM sarebbe bello e significativo se venisse fatto proprio nel Cpt di Lampedusa, nel cuore stesso di quel Mediterraneo per l’Unione del quale si son riuniti, non sappiamo bene se mettendosi «in fila per sei col resto di due», i Quarantaquattro Potenti nei saloni del Grand Palais.

Certo, vuoi mettere il comfort, la solennità, l’accoglienza di Parigi con lo squallore del Cpt di Lampedusa così sovraffollato e, presumibilmente, piuttosto puzzolente? Che diamine! Nel Grand Palais parlare di Autostrade del Mare e di megaprogetti nel Sahara viene spontaneo, è perfettamente in tono con la sontuosità della sede. Sarebbe una stonatura parlar di queste cose in un Cpt, dove avrebbe più senso affrontare con urgenza e umiltà la soluzione di banali problemi concreti, che riguardano la realtà così come è vissuta da centinaia di disperati, cittadini senza diritti di quest’area del Mediterraneo per l’Unione della quale essi sono semplicemente una nullità, un’inestetica e fastidiosissima componente secondaria.

Una componente che infastidisce e intralcia, riportandolo alla realtà, lo spirito creativo dei Quarantaquattro Capi di Stato e di Governo impegnati allo stremo nel lavoro onirico di un progetto degno del futuro dell’Europa.
A dire il vero, e per amor di giustizia, bisogna riconoscere che anche questo tema ha fatto capolino, quando han parlato di una Protezione Civile Comune che dovrà occuparsi praticamente de omnibus rebus et de quibusdam aliis: disastri naturali, petroliere che affondano, barconi di clandestini e giù, chi più ne ha più ne metta! Insomma questi sciaguratissimi cittadini del Mediterraneo, per sistemarli a dovere e una volta per tutte, li han buttati nella categoria dei disastri naturali, delle sciagure e dei cataclismi. Tutto sistemato, dunque. Tutto a posto. Ma che bravi, i Quarantaquattro Potenti riuniti nel Grand Palais!

Dal Grand Palais di Parigi è venuta fuori l’immagine di un’Europa che pensa, o meglio, s’illude, di poter dare quello che dimostra di non avere, vale a dire la capacità di progettare un avvenire comune, cosa possibile e sostenibile fortemente riconoscendone a fondamento, per esempio, anche (se non soprattutto) le comuni radici cristiane. E da questo anche la capacità di definire obiettivi strategici condivisi e di lavorare unita per raggiungerli.

Quel Cpt di Lampedusa dista dal Grand Palais di Parigi circa 1.700 Km.
Una bella distanza, non c’è che dire: quasi la stessa che c’è fra il sogno e la realtà.

Il Grand Palais di Parigi (sopra) e il CPT di Lampedusa (sotto, naturalmente)
Il Grand Palais di Parigi (sopra) e il CPT di Lampedusa (sotto, naturalmente)
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