L’intervento di P. Eugenio Elias alla “Settimana del Dialogo Interculturale” di Tunisi.

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P. Eugenio Elias
P. Eugenio Elias

Dialogo interculturale: confluenze Oriente e Occidente [1]
P. Eugenio Elias (Parroco della Cattedrale di Tunisi).

Qualche ricordo.
Ho accettato di venire a parlare dell’Oriente e l’Occidente perché… me l’hanno chiesto. Subito ho capito che non ero uno specialista; poi mi sono consolato pensando che probabilmente non ci sono molti specialisti di questo tema talmente vasto. Come affrontarlo ? Eh bene, mi accordo il permesso di cominciare in maniera un po’ personale. In effetti, sono nato in Argentina – un paese dove si parla spagnolo e dove la metà della popolazione ha parenti italiani -, in America del Sud – cioè ad occidente dell’occidente-. I miei quattro nonni erano libanesi ; i miei genitori erano nati e erano andati a scuola in Argentina; parlavano spagnolo, tranne quando noi figli ci avvicinavamo e la cosa non ci riguardava – o ci riguardava molto: allora passavano a parlare in arabo. Spero di non annoiarvi se introduco l’argomento con due aneddoti che risalgono alla mia adolescenza.
Il primo riguarda mia zia Julia. Lei era di una generosità proverbiale : quando ci invitava da lei, la tavola sovrabbondava di ogni sorta di cibo. C’era del quebbe, del sheij el mehshe, dei qofta, del teqbile, mehle, baklawe etc., senza contare le specialità argentine. Io, i miei fratelli e i miei cugini trovavamo tutto questo esagerato, e ci divertivamo a cercare quello che poteva mancare per stuzzicarla: « zia, non ci sono gli spaghetti? ». Un po’ imbarazzata – ma non troppo – ci diceva di aspettare il tempo di prepararli … È solo molto più tardi che abbiamo capito che, in questo modo di fare, nostra zia si dimostrava molto orientale: non calcolava quello che ciascuno avrebbe potuto mangiare. Lei seguiva un’altra logica: il cibo per lei era un mezzo di espressione, un messaggio d’accoglienza. La tavola simboleggiava il cuore, molto grande, di nostra zia.
Il secondo aneddoto è accaduto in chiesa. Non nella chiesa del quartiere, ma nella chiesa libanese maronita, dove andavamo due o tre volte all’anno. Il prete era un libanese, parlava uno spagnolo corretto ma che a noi suonava un po’ strano, e non solo a causa del suo accento. Una volta, all’uscita dalla Messa, mio cugino mi dice : “guarda padre Pierre : sai quello che dice, ma non sai mai quello che pensa”. Osservazione scherzosa ma molto giusta che mi ha aiutato a comprendere che non basta conoscere la loro lingua per capire gli altri.
Tanto mia zia che il prete incarnavano un’altra mentalità, un’altra cultura, un’altra logica. Tutto questo risale a molto prima che si sentisse parlare di globalizzazione o di chock delle civiltà. Queste esperienze mi hanno permesso di accogliere con benevolenza il gesto di una delle mie sorelle maggiori, che al mio arrivo in Tunisia ha giudicato prudente regalarmi il libro di Amin Maalouf : Les identités meurtrières [Le identità assasine]. Chissà se era in pensiero per me o per quelli che avrebbero incontrato un occidentale, cristiano e in più prete !

Come porre il problema ?
La molteplicità, le identità, le differenze culturali e altre, pongono evidentemente dei problemi. La sfida di oggi consiste forse a porre il problema delle nostre differenze in modo corretto. La filosofia classica potrebbe esserci utile. La molteplicità, ci diceva, contiene in se stessa un’imperfezione. È seguendo questa logica che Plotino, filosofo pagano di Alessandria, arriva alla nozione dell’Uno come origine e pienezza di ogni essere. Ma questa unicità che si addice interamente a Dio, non si addice in egual modo agli uomini e alle culture, tutte imperfette per natura.
Imperfetto
non vuol dire necessariamente cattivo, vuol dire che la cosa non è completa, che non è sufficiente a se stessa, che ha bisogno di svilupparsi, d’interagire per raggiungere la sua perfezione. A parte Dio, tutti gli esseri sono – noi siamo – in cammino verso la nostra propria pienezza. L’uomo – constata Benedetto XVI – in quanto essere umano, non è mai chiuso su se stesso ; è sempre portatore di alterità e si trova dalla sua origine ad interagire con altri esseri umani, come ci rivelano sempre più le scienze umane. In questo senso, gli scambi arricchiscono e la complementarità delle culture diventa evidente. Questo è il presupposto di ogni vero dialogo. La negazione della propria imperfezione e dei propri limiti porta, invece, una pretesa di assolutezza. L’altro comincia ad essere percepito come un concorrente, una minaccia potenziale.
Passiamo dalla complementarità alla rivalità, dallo scambio all’imposizione o all’annientamento dell’altro. L’alterità si oppone dunque all’assolutismo. Questa però non postula il relativismo, che è l’altro estremo dello stesso errore, perché se l’assolutismo denigra una parte della realtà -quella che non è la mia-, il relativismo disprezza la realtà nella sua interezza.
Dobbiamo considerare che non sta a noi decidere chi ha il diritto di esistere e chi non ce l’ha. Il problema dell’alterità è un problema che deve affrontare ogni essere umano – a partire dal bambino al quale la mamma annuncia che avrà un fratellino – e che richiede un’educazione. Ora, l’educazione non consiste nell’inculcare delle attitudini – la tolleranza per esempio – ma nel formare uno sguardo sulla realtà. In altre parole, l’educazione deve fornirmi gli strumenti che mi permetteranno d’accettare il mondo dove vivo – così vario e complesso com’è – e di trovarvi il mio posto. L’accettazione effettiva e affettiva della realtà diventa possibile quando cominciamo a comprenderla, quando questa si presenta a noi come ragionevole. Per adattarsi al fratellino, il bambino dovrà comprendere e sperimentare che la presenza dell’altro non causa il suo rifiuto, che c’è posto per tutti e che, alla fine, avere un fratello potrebbe essere anche divertente. Il suo sguardo cambia, il suo orizzonte si allarga, la conoscenza del reale prevale sulla prima impressione parziale e negativa. L’affermazione della mia identità dunque non presuppone la negazione degli altri, così come che la mia cultura sia buona non implica che quella degli altri non valga nulla.

La parola alla Bibbia…
Mi permetto qui di attingere dalla Bibbia per affrontare un tema sul quale la filosofia e la sociologia restano insufficienti. La Bibbia afferma la bontà della creazione : “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gen 1:31). La diversità stessa fa parte dei disegni del Creatore, un testo ne spiega la ragione : Quanto sono amabili tutte le sue opere ! E appena una scintilla se ne può osservare. Tutte le cose sono a coppia, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i meriti dell’altra, chi si sazierà nel contemplare la sua gloria? (Siracide 42, 22.24s).
Presto però entrano in gioco degli elementi che attraverseranno tutta la storia biblica: Eva seduce Adamo, lui pecca e accusa Eva; uno dei loro figli, Caino, uccide suo fratello Abele per gelosia – uno era agricoltore, l’altro pastore -. La terra intera diventa ostile per Caino: solamente l’intervento di Dio salverà la vita del fratricida. Volendo mettere fine alla cattiveria dell’uomo (Gen 6, 5), Dio invia il diluvio per inondare la terra. Solo Noé con i suoi figli e una coppia di ogni specie animale furono salvati grazie all’Arca costruita da Noé. Le acque si riversarono, e fu una nuova partenza. Dai figli di Noé sorsero dei popoli numerosi, tutti parlavano la stessa lingua, le stesse parole (11,1)…fino a che il loro orgoglio li condusse a levarsi contro Dio e a costruire la torre di Babele. Dio discese e vide la loro arroganza, ma Egli si era promesso di non distruggerli più, allora il Signore decise di confondere la loro lingua e di disperderli su tutta la terra. È l’origine biblica dei popoli, delle lingue, e delle culture differenti. Tutto il resto della Bibbia rappresenta il cammino di ritorno, la ricomposizione dell’unità tra gli uomini, la riconciliazione con Dio.
L’essere umano è dunque libero, capace del bene e del male. Nessuno però è sfuggito al peccato, nessuno è innocente – come ci ricorda san Paolo nella Lettera ai Romani. Ma se la prima volta Dio ha sommerso ogni cosa con le acque del diluvio, è di misericordia e di grazia che vorrebbe ora ricoprire la terra. Secondo la fede cristiana, è contro Se-stesso ch’Egli rivolge la sua giustizia e ci riconcilia attraverso il sangue di suo Figlio : Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia (Ef 2:14) Anche se all’origine delle divisioni c’era l’odio, l’uomo può risalire la china, trasformarsi interiormente e liberamente, attraverso la carità, fino a che non ci sia giudeo né greco; Non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna (Gal 3, 28).

L’esperienza della Chiesa.
Fin dall’inizio i cristiani si vedono confrontati al problema della diversità. Gesù di Nazareth leggeva le Scritture ebraiche in ebreo, ma parlava la lingua del suo popolo, l’aramaico, in un mondo che diremmo già globalizzato, perché era sotto la dominazione romana, ma molto influenzato dalla cultura ellenistica. I testi del nuovo Testamento ci sono arrivati in greco, solo il Vangelo di Matteo era, in origine, in lingua semitica.
Durante i suoi viaggi apostolici, Paolo deve affrontare le tensioni che già esistevano in seno alle nuove comunità e le inviterà ad accettare la diversità dei ministeri e i differenti carismi come dei doni, nello stesso modo in cui si accetta la molteplicità delle membra del corpo. Incontrerà altre culture, e avrà cura di fare una raccomandazione come questa: “In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri“. (Filip 4, 8). In modo ancora più esplicito, san Tommaso d’Aquino affermerà : “Ogni verità, da chiunque essa sia pronunciata, viene dallo Spirito Santo“.
A questo punto non posso che notare che tutta una cultura cattolica si sviluppa a partire dai primi secoli del cristianesimo nelle regioni che sfuggono all’influenza culturale ellenistica, come la Mesopotamia e l’India. Un’abbondante bibliografia cristiana in arabo che data di quest’epoca, resta ancora da studiare. Le chiese copte, caldee, melchite, slave, tra le altre, costituiscono quello che Giovanni Paolo II chiamava il “polmone orientale” della chiesa.
Istituzione composta di uomini, la Chiesa deve fare anche continuamente i conti con le debolezze dei suoi fedeli e dei suoi ministri. Vi sono nella Sua storia – come nella storia dell’umanità – delle ferite che non si rimarginano. Una di queste è la divisione tra certe chiese orientali e la chiesa cattolica. Gli sforzi tesi a ritrovare la comunione sono ciò che si chiama ‘l’ecumenismo’.
È nella sua volontà di ritrovare l’unità, che Giovanni Paolo II ci consegna delle riflessioni di cui ci si potrebbe servire anche su più vasta scala: “Io credo“- dice – “che uno dei modi importanti di crescere nella comprensione reciproca e nell’unità consiste precisamente nell’approfondire la nostra conoscenza reciproca…Oltre alla conoscenza, la frequentazione reciproca è per me molto importante.” (Orientale Lumen 19-25).
Questo approccio non sarebbe completo se non accettassimo di purificarci dall’attaccamento geloso ai sentimenti e ai ricordi, non delle grandi cose che Dio ha fatto per noi, ma degli avvenimenti umani che si sono verificati in un passato che pesa ancora fortemente sui nostri cuori. Lo Spirito deve rendere il nostro sguardo limpido, perché insieme, noi possiamo avanzare verso l’uomo contemporaneo che attende l’Annuncio gioioso(id. 4).

Come conclusione.
Se cerchiamo oggi delle confluenze tra l’Occidente e l’Oriente, non possiamo trascurare il fatto che siamo davanti alla problematica dell’essere umano e delle sue diversità.
Questo essere umano creato buono da Dio, ma diventato così cattivo verso i suoi fratelli che lo stesso creatore è stato tentato più volte di cancellarlo. Noi non possiamo quindi negare che la conflittualità possibile tra Oriente e Occidente – o tra Nord e Sud, tra uomo e donna, o altre di carattere economico, etnico, storico, ecc. – affondi le proprie radici nel cuore stesso dell’uomo (cf. Mc 7,21). Ignorarlo non farebbe che esporci a ripetere le esperienze disastrose delle ideologie.
Considerare l’uomo nella sua interezza sarebbe invece più efficace per diminuire le distanze tra di noi, questo ci permetterebbe di guardare l’altro come ciò che prima di tutto è: nostro simile, suscettibile della nostra simpatia e della nostra compassione. A questo proposito Dostoïevski, questo grande conoscitore delle lacerazioni dell’uomo, si domandava se la legge fondamentale della coesistenza umana non dovesse essere la misericordia come quella di Dio, che non ci ha cancellati, e che ci permette di essere ancora confrontati alla meravigliosa avventura della vita e alla sfida delle nostre differenze.

P. Eugenio Elias

[1] Esposizione nel Centro ‘Dante Alighieri’ di Tunisi, il 27 giugno 2008, durante la Settimana sul Dialogo Interculturale.

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