Immigrati ancora?

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Archim. Mons. Virginio Fogliazza
Archim. Mons. Virginio Fogliazza

Ricevo da Don VIrginio questa, che lui chiama ‘piccola’, riflessione. L’ho trovata talmente grande che non posso fare a meno di proporvela, tal quale l’ho ricevuta. Una parola, la sua, al di là e al di sopra di tante, di troppe, che si sprecano su questo argomento. Una parola sulla quale vale la pena di riflettere e di meditare.

Desidero anch’io fare una piccola riflessione sul problema dell’accoglienza dell’inarrestabile fenomeno dell’immigrazione.

Tu e Marta (commentatrice della “nota a margine”, ndr) dite bene che non è un problema solo dei governi… ma anche della Chiesa.

Si pensi alle migliaia di parrocchie in Italia, e in Europa; pensate alle innumerevoli piccole parrocchie, ormai senza il prete con le loro canoniche vuote e, spesso, fatiscenti.

Se le Caritas nazionali, diocesane e parrocchiali riscoprissero davvero quella pagina dell’evangelo… in cui tra l’altro si dice :”…ero forestiero e tu mi hai accolto…”.

Come è possibile pretendere di evangelizzare oggi, se accanto a mega strutture pastorali non c’è la “casa della carità”, dove il volontariato cristiano -a nome della Comunità- ma sopratutto in nome di Gesù Cristo, apre una porta a chi è nel vero bisogno? Immigrato o non.

Vengo da una piccola esperienza: avevo in parrocchia due appartamenti, affittati, per cui prendevo una discreta pigione.

Quando riuscii a renderli liberi, li trasformai in una piccola struttura di accoglienza con 14 letti, cucina e biblioteca: quanti rumeni, togolesi, marocchini hanno trovato da noi una casa, dove sentivano di essere accolti e amati non in nome di una solidarietà laica (sempre encomiabile) ma in nome di Cristo.

Un gruppo di volontari e di volontarie li accudivano in tutto. Quando questi erano in grado di essere autosufficienti, non potevano rimanere un giorno in più e lasciavano il posto ad altri.

Alla domenica, prima di lasciare la “casa della Carità” prendevano, alla fine della Messa, la parola per ringraziare i parrocchiani.

Erano bellissimi momenti! Ma con loro non si interrompevano i rapporti di amicizia.

La Casa della Carità era la più vera ed efficace Omilia: una vera evangelizzazione con il linguaggio fecondo della fraternità in nome di Gesù Cristo!

Vi immaginate se questa piccola esperienza, che esiste già in diverse luoghi, potesse moltiplicarsi in tutte le parrocchie cattoliche in Italia e in Europa, dove si dice che ci sono le “radici cristiane”?

Le strutture pubbliche di accoglienza ci vogliono, ma accanto ad esse occorre dar vita a piccole realtà, vere espressioni di un cristianesimo che non è invecchiato e che non da l’idea di un suo vicino tramonto.

Che ci dirà Gesù nel Vangelo di domenica prossima ?…davanti a quella folla che ha fame , si rivolge ai suoi: “date voi stessi da mangiare…”.

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2 pensieri riguardo “Immigrati ancora?

    marta ha detto:
    28 luglio 2008 alle 11:21 pm

    Grazie don Virginio,
    le sue parole sono come al solito una carezza sul cuore. Quello che lei dice, e lo dice riferendosi anche ai “nostri italiani” in difficoltà, è la primissima cosa da fare. Mi creda ce ne sono tante di queste generose strutture e tutte funzionano a meraviglia. E’ l’urgenza che in qualche modo viene tamponata. Ma, ahimè, non basta per il discorso del piccolo bicchiere in cui vogliamo farci stare dentro 10 lt. d’acqua. Quello che mi fa più male in tutto questo non è solo l’indigenza attuale di queste persone, non è solo la loro sofferenza fisica, ma è quella più tremenda di una dignità umana lesa, di famiglie spezzate, di essere ospiti non graditi in uno Stato e la nostalgia della propria terra.
    E’ questa cosa che se non risolta porta l’uomo a smettere di essere tale e diventa violento, cattivo, folle.
    Alla deliquenza si potrebbe fare anche fronte, ma la disperazione di non avere affetti e neppure radici provoca l’incenerimento di ogni bellezza umana. Il dolore a volte rende davvero peggio delle bestie.
    Con tanti extra comunitari ho avuto occasione di parlare ed in tutti c’è la stessa nostalgia, lo stesso sgomento … ma sono gli extra comunitari “fortunati”, sono quelli che hanno trovato sostegno ed aiuto, ma ci sono anche quelli che o per scelta o per sfortuna si sono piegati a bere da altre fonti.
    “Date loro voi stessi da mangiare” … questa frase detta alla Chiesa ha un suono impegnativo … Provi a mettere tra due “virgole” il “voi stessi” ed è come dire “Date loro da mangiare voi stessi” … cambia tutto, ci chiama in prima persona, dobbiamo “farci mangiare”, dobbiamo essere nutrimento e sostegno … Questa frase nella grande voce della Chiesa indica chiaramente la strada. Non l’ho detto io, l’ha detto il Signore. E “farci mangiare” significa anche urlare a perdifiato senza mai stancarsi, fino a quando quel qualcuno di veramente potente si prende in carico il problema. E’ un dato di fatto che la storia è stata costruita su gente che ha solo urlato in tutti i modi possibili lo sdegno per gli errori. E’ un fatto del Vangelo che la Parola “ascoltata” e quindi detta ed urlata scaccia le tenebre. Ognuno dia quello che può, ognuno sia quello che deve e la Chiesa sarà la luce del mondo.
    Grazie don Virginio!

    Archim Mons Virginio Fogliazza ha detto:
    29 luglio 2008 alle 7:46 am

    A Lei, Marta, un grazie sentito e fraterno.

    Per Lei un ricordo, oggi, in Fractione Panis nella festa di S. Marta, una delle figure più simpatiche, perchè vere, del Vangelo.

    La leggo sempre con profitto interiore.
    Continui a scrivere, le Sue sono genuine attualizzazioni del Vangelo.

    Certamente la Sua interpretazione …”date voi stessi” da mangiare ….significa la pienezza della nostra adesione alla Parola del Signore. traguardo del nostro cammino di fede oppure vocazione, cui non tutti sono chiamati -direbbe qualcuno-.

    Quando stavo in Toscana, sono riuscito a riscattare parte di un antico monastero carmelitano con un bellissimo refettorio.
    Feci scrivere -a grandi lettere- sotto un affresco della cena di Emmaus: “NON IL TUTTO DA POCHI, MA UN POCO DA TUTTI!
    Era un modo perchè la Comunità cristiana fosse una esperienza che coinvolgesse tutti, nessun escluso.
    Mi sembra in piena concordanza con quello che Lei dice alla fine della Sua riflessione: “ognuno dia quello che può”. Sarebbe un ottimo inizio per iniziare quella affascinante avventura, cui Giovanni Paolo II chiamava la Chiesa, ovverosia “una nuova evangelizzazione ”
    Grazie, a te, Marta e anche a Giacomo, che ci dà la possibilità di incontrarci accanto ad un aperto Focolare !

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