Nota a margine: Requiem aeternam dona eis Domine. Ma dona anche…

Postato il Aggiornato il


Da Televideo RAI
29/07/2008
17:57
Naufragio barcone immigrati: morti Nel Canale di Sicilia si è consumata l’ennesima tragedia dell’immigrazione. Una carretta del mare è naufragata ed alcuni extracomunitari sono annegati, altri risultano dispersi. Non si conosce, al momento, il numero delle vittime. La notizia è stata confermata dalla Guardia Costiera di Palermo. Il naufragio sarebbe avvenuto 160 miglia a Sud di Lampedusa, in acque libiche. A segnalare la tragedia sono stati alcuni pescherecci italiani.

A triste conferma della “Nota” di ieri ecco, puntuale, un nuovo bollettino del massacro.
L’ “eterno riposo” che, come cristiani, siamo invitati a recitare in memoria di questi sciagurati fratelli, suonerà come un’ipocrita bestemmia al cospetto di Dio se non sarà accompagnato da un’azione decisa, convinta e ostinata per esigere da tutte le autorità un’ “eterna persecuzione” contro quei MERCANTI DI SCHIAVI che aspettano i sopravvissuti -al mare e ai CPT- per ingaggiarli nell’esercito di disperati senza volto e senza diritti dal quale traggono il loro sacrilego e criminale profitto.
Accanto alla risposta della cristiana carità che possiamo e dobbiamo dare alle sollecitazioni che giungono dal fronte dell’immigrazione, dobbiamo anche fare il possibile affinché sia perseguito, con una lotta senza quartiere, il MERCATO DEGLI SCHIAVI, autentica vergogna di questo nostro secolo.

Bisogna ricordare che questo mercato ha avuto, sino alla fine del XIX secolo, nel nordafrica una delle sue piazze più attive: nel 1888 il cardinale Lavigerie, Arcivescovo di Algeri e fondatore della società dei “Missionari d’Africa” (più noti come “Padri Bianchi”), fondò a Bruxelles, con l’appoggio di Papa Leone XII, la “Société Antiesclavagiste”. Significativa, a questo riguardo, la presa di posizione, in un’Europa sull’orlo della follia, di Nietszche contro il Cardinale di Algeri, riportata nell’interessante articolo di Francesco Agnoli sul sito “Libertà e Persona” :

…Nietszche fu senza dubbio un profeta del nazismo, per moltissimi aspetti. Pensiamo a quel suo insistere di continuo sulla necessità della schiavitù, per la sopravvivenza della civiltà. Non può trattarsi di una semplice metafora: conosce bene, infatti, la polemica viva negli Stati Uniti, in Russia ed anche in Prussia, proprio in quegli anni, tra abolizionisti ed antiabolizionisti. Mentre l’Inghilterra abolisce la schiavitù nelle sue colonie (1833) e la Russia la servitù della gleba, Nietzsche si scaglia contro il celebre romanzo abolizionista “La capanna dello zio Tom”, opera di uno spirito cristiano, e quindi debole e servile. E il suo odio si scaglia contro il cardinal Lavigerie, che cerca di porsi a capo di un movimento internazionale per la dignità degli schiavi, riuscendo a coinvolgere anche la Germania e così “suscitando il sarcasmo e l’indignazione del filosofo”.

Non furono certo il sarcasmo e l’indignazione di Nietszche, la cui folle “weltanschauung” avrebbe contaminato buona parte dell'”intelighentsia” mitteleuropea del suo tempo, a dissuadere il fiero Cardinale, che probabilmente non s’accorse neanche delle bizze dello stravagante filosofo suo contemporaneo. L’Arcivescovo di Algeri aveva faccende ben più serie di cui occuparsi. E non aveva certo bisogno di prender lezioni da un’intellettuale tedesco per comprendere la cultura della società islamica.
Il Cardinale sapeva bene che il Corano, e di conseguenza la Religione Islamica, non assume, nei confronti dello schiavismo una posizione di condanna. Non troviamo neppure negli ‘Hadif”, vale a dire i detti e i fatti del Profeta che, nel loro insieme, formano la “Sunna”, una condanna dello schiavismo in sé né, tanto meno, del commercio degli schiavi in quanto tale. Insomma per il Corano e per l’Islâm è tutto regolare. Basta che si rispettino le norme etiche del normale commercio e chi vende e compra carne umana è in pace con Dio e con gli uomini.
Si sa, da fonti missionarie ma non solo, che la pratica della schiavitù, ancorché non ufficiale e non autorizzata dalle leggi dello stato, è tuttora viva in Sudan ed in Arabia Saudita.

Riportiamo dal sito “Maat”, dedicato all’approfondimento della storia, questa illuminante sintesi:

Schiavitù nei paesi islamici
Tra il 650 d.C. ed il 1905 gli islamici portarono nel mondo musulmano in schiavitù circa 18 milioni di abitanti negri dell’Africa, di cui 5 milioni nel periodo tra il 1500 e il 1900. Principalmente donne e bambini.
Nel 652 i musulmani dell’Egitto imposero ai re cristiani della Nubia un trattato che prevedeva la fornitura annuale di centinaia di schiavi maschi e femmine. Questo trattato restò in vigore fino al XII secolo quando la Nubia venne invasa.
Trattati analoghi furono fatti dagli arabi con l’Iran e altri paesi asiatici.
Gli arabi della Spagna e del Nord Africa importarono per secoli i Saqaliba, ossia gli schiavi bianchi europei, ottenuti principalmente con raid contro le coste europee del Mediterraneo, particolarmente la Dalmazia e l’Italia. Molti paesi situati in prossimità del mare furono costretti a ritirarsi nell’interno o per lo meno ad allontanarsi dalla costa. Per dare l’allarme vennero costruite le torri di guardia, che ancora adesso sono frequenti lungo le coste italiane, specialmente quelle del Meridione. Nel 1799, appena due secoli or sono, una flotta di saraceni attaccò l’isola del Giglio, ma venne respinta dalla popolazione che riuscì a rifugiarsi nel castello.
Il califfato di Bagdad tra il VII secolo e il X secolo importò come schiavi decine di migliaia di militari dalla Sogdiana, dalla Khazaria e da altri paesi dell’Asia Centrale. Il califfato importava schiavi turchi e slavi a Derbent, Itil, Khorezm e Samarcanda; schiavi africani da Mombasa, Zanzibar, dal Sudan e dal Sahara.
Tra il IX e il X secolo molte decine di migliaia di schiavi negri Zanj furono importati da Zanzibar nell’Iraq meridionale.
Nell’Egitto medievale uno schiavo negro veniva venduto per 300 dirham, una schiava negra per 500 dirham, un eunuco negro 1000 dirham, una cantante brava poteva arrivare anche a 10.000 o 20.000 dirham. Un bianco valeva 500 dirham, una schiava bianca 1000 dirham.
Il Canato di Crimea tra il 1475 e il 1783, quando ebbe termine per opera di Caterina la Grande, importò schiavi dai paesi slavi, dalla Moscovia e dal Caucaso per rivenderli nei vari mercati dell’Eurasia. La maggior parte della popolazione libera era impegnata nel catturare schiavi o nel rivenderli. il 75% della popolazione era costituita da schiavi o da liberti.
L’Impero Ottomano, a partire dal XIV secolo, per oltre 500 anni importò schiavi bianchi dai paesi slavi e schiavi negri dall’Africa. La popolazione cristiana sottomessa ai musulmani doveva fornire ogni anno un tributo in figli, il devshirme. I fanciulli strappati alle famiglie venivano convertiti ed utilizzati dagli invasori a loro piacimento.

Schiavitù in Africa
I paesi islamici della costa orientale dell’Africa praticarono intensamente la schiavitù. Fu schiavizzata tra il 65 e il 90 % della popolazione di Zanzibar, circa il 90 % della popolazione del Kenia e oltre la metà di quella del Madagascar.
Il califfato islamico di Sokoto, formato da Hausa nell’Africa sub-sahariana (Nigeria del nord e Camerun) nel XIX secolo aveva in schiavitù almeno metà della popolazione.
Altri stati nel Sudan occidentale e centrale tra il 1750 e il 1900 avevano una popolazione per uno o due terzi costituita da schiavi.
Nel Ghana islamico, antico stato del Sudan occidentale, tra il 1076 e il 1600, circa un terzo della popolazione era in schiavitù. La stessa situazione nel Mali (1200-1500), nel Segou (1720-1861) e nel Songhai (1464-1720), nel Kanem (1600-1800), nel Bornu (1580-1890).
Nella zona di Ouidah, famoso centro commerciale degli schiavi sulla costa del Golfo di Guinea, nel XIX secolo metà della popolazione era in schiavitù.
Presso i Tuareg del Sahara e del Sahel, di religione islamica, la schiavitù si è mantenuta almeno fino al 1975.
Nel Senegambia, tra il 1300 e il 1900, un terzo della popolazione era costituita da schiavi.
Nella Sierra Leone, nel XIX secolo, metà della popolazione era in schiavitù.
Tra gli Ahanti e gli Yoruba gli schiavi erano un terzo della popolazione.
Tra i Duala del Camerun, nel XIX, metà della popolazione era schiava. Stessa situazione presso gli Ibo e altri popoli del basso Niger, nel Congo e nel regno di Kasanje e in Angola.

Se consideriamo questa realtà, alla luce dei fatti e della situazione di oggi, non è difficile immaginare come, in paesi dove l’Islâm ispira ogni visione sociale e politica, la pratica del commercio degli schiavi può sopravvivere anche ai nostri giorni, trovando un baluardo a propria difesa nella religione, soprattutto quando essa sia utilizzata, strumentalizzata e piegata ad interessi di natura diversa. Il fondamentalismo, spesso, altro non è che un modo per difendere ad oltranza un’interpretazione ‘tradizionalista’ della religione per poterne usare la forza persuasiva a sostegno di iniziative altrimenti insostenibili. Questo avviene un po’ in tutte le religioni, beninteso. Anche a casa nostra non mancano i “fondamentalisti” i quali, con il pretesto di una fedeltà a “radici” e “tradizioni”, vagheggiano un ritorno a regole sociali, a dir poco, discutibili. Da notare, per inciso, che questi tradizionalisti del terzo millennio sembrano molto più attaccati alle “radici” e alle “tradizioni” più prossime al Papato dei Medici e dei Borgia, piuttosto che a quelle, certamente più profonde e genuine, della Chiesa precostantiniana. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a noi, non possiamo sorvolare sul fatto che il MERCATO DEGLI SCHIAVI c’è, esiste, e trova una sua collocazione storico-geografica, e -se non un aperto sostegno- almeno una certa “comprensione” e “tolleranza” in diversi paesi islamici, alcuni dei quali molto prossimi a noi. Non è un caso che dalle coste nordafricane continuino ad arrivare questi barconi di disperati, che sarebbe certo molto meno complicato fermare alla loro partenza dai porti o dalle coste di quanto non lo sia cercar di individuarli in mare aperto.

Per fermare questo mercato bisogna lottare e gridare ai responsabili della politica internazionale che devono intervenire, in modo chiaro netto e senza mezze misure, per chiedere agli stati dove lo schiavismo è tollerato di mettere fine in modo chiaro e senza tentennamenti a questo obbrobrio, che nessuna religione può giustificare né in alcun modo tollerare.

Non possiamo continuare a fare affari, a prendere accordi, a cercar di perfezionare “vantaggiosi programmi di cooperazione” sotto le tende dei “rais” che, mentre si si proclamano paladini della vera fede di Allah e lanciano anatemi contro la civiltà occidentale corrotta e decadente, sono proprietari delle quote di maggioranza di finanziarie potentissime nel nostro paese e continuano a permettere il commercio di carne umana che alimenta decadenza e corruzione fornendo materia prima preziosa per i più turpi mercati che imbrattano le nostre strade e le nostre piazze.

Il MERCATO DEGLI SCHIAVI esiste, c’è davvero ed è tollerato in modo non meno vergognoso da noi, in nome del dio quattrino, di quanto non lo sia, in nome di Allah e del dio quattrino, da qualche nostro vicino di casa.

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