Perpetua e Felicita: due donne libere tra secondo e terzo secolo.

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Martirio delle Sante Perpetua e Felicita (G. Gottardi 1780-90 Faenza, Pinacoteca)
Martirio delle Sante Perpetua e Felicita (G. Gottardi 1780-90 Faenza, Pinacoteca)

Il racconto del martirio di Perpetua e di Felicita
Due donne libere tra secondo e terzo secolo
di Cristiana Dobner

Da “L’osservatore Romano”, 26 Giugno 2008

Cartagine 203, Cartagine 2008.
Chi oggi sia pellegrino ai luoghi della cristianità nascente, o anche semplice turista attento, una volta giunto al punto che la guida indica come l’anfiteatro romano – con le sue alte arcate, era uno dei più grandi dell’impero – deve porsi nell’esercizio della composizione di luogo: ben poco infatti richiama la realtà del secondo secolo, regnante l’imperatore Settimio Severo.
L’anfiteatro, è noto, era un luogo di divertimento e gli spettatori si accalcavano sui gradini intorno all’arena per godersi i giochi circensi: gladiatori e uomini armati combattevano contro belve feroci. Giochi cruenti, ma frequentatissimi.
Una colonna oggi ricorda il luogo del martirio di una giovane patrizia e della sua piccola comunità; martirio tramandato, in presa diretta sulla realtà, grazie alla penna della stessa Vibia Perpetua, di soli ventidue anni, uccisa insieme a Felicita.
Vittore di Vita nella sua Storia della persecuzione vandala (I, 9) tramanda che la Basilica Maiorum ne racchiudeva i corpi. Molto presto il loro culto passò in Italia e in Spagna, tanto che nella Depositio martyrum del quarto secolo viene menzionato l’anniversario del loro martirio: die nonarum martiarum, nonas martias, 7 marzo per la liturgia cattolica e l’attuale santorale.
La bellezza narrativa della Passione di Perpetua e Felicita – ora ripubblicata con prefazione di Eva Cantarella, a cura di Marco Formisano (Milano, Rizzoli, 2008, pagine 131, euro 9,20) – che depone a favore del vigore della Chiesa africana tra il secondo e il terzo secolo, è pari solo alla bellezza del mosaico di Ravenna del quinto secolo raffigurante la martire Perpetua. Il rimando però di entrambi cade su di un’altra bellezza quella della quinta preghiera eucaristica in cui Perpetua, insieme alla sua serva Felicita, viene nominata nella celebrazione della Messa.
Sorge un interrogativo: perché vi vengono nominate? Perché la Chiesa primitiva, quella delle origini, quella delle nostre radici, ha riconosciuto in loro una testimonianza dell’appartenenza a Cristo che, ostacolata dall’autorità imperante, quella romana, ha opposto resistenza all’apostasia fino a versare il sangue.
Le cristiane conoscevano il loro destino: date in pasto alle belve e finite dai gladiatori.
Diario, narrazione, visioni e sogni – sembrano tutti gli ingredienti di un romanzo latino; ma non solo! – si susseguono e compongono i pochi fogli che tanto filo da torcere hanno dato agli storici, ai filologi, agli studiosi, come ben sottolinea l’autorevole presentazione del volumetto: “(…) un testo ideale per sperimentare le possibilità e i risultati di un approccio al testo veramente multidisciplinari” (p. ii).
Sotto la mano della scrivente – freschezza e spontaneità caratterizzano lo stile autobiografico di Perpetua che non conosce artifici retorici – compaiono i sogni di chi era in procinto di diventare martyr, cioè “testimone” della propria fede in Gesù Cristo. Fede che accomuna padrona, Vibia Perpetua, in stato di avanzata gravidanza, e serva, Felicita, pure gravida. Insieme con tre uomini Saturnino, Revocato e Secondulo.
Il piccolo di Perpetua viene alla luce in prigione e per la giovane madre aver salva la vita significherebbe poterlo allevare ma, rinunciando appunto, alla propria fede cristiana. La fierezza umana e la consapevolezza del dono ricevuto traspare dalle righe del diario ed impedisce a Perpetua di piegarsi, malgrado la giovane donna sia madre attenta e tenera, “preoccupata” per il suo bambino, che deperisce e che allatta come può; ella lo affida alla propria famiglia, poi ottiene il permesso di tenerlo con sé in prigione, e questo la rasserena: “Mi sentii immediatamente meglio e risollevata dalla preoccupazione e dal dolore per il mio piccolo. La prigione improvvisamente si trasformò per me in un palazzo, in cui desideravo stare più che in qualsiasi altro posto”.
La Chiesa delle origini è ben conscia di consegnare alla storia dell’adesione fedele a Cristo l’archetipo delle passioni dei martiri cristiani, probabilmente di uso liturgico. Perpetua, da parte sua, è pure ben conscia di quanto sta avvenendo nella sua tessera esistenziale: “Ecco quanto mi accadde sino al giorno prima dei ludi; di ciò che sarà accaduto durante i ludi stessi, chi ne avrà voglia, potrà scriverne”.
Un volo d’uccello sulla composizione del testo sarà utile per coglierne la pregnanza martiriale: la prefazione, redatta da una persona che conserva l’anonimato, si apre con andatura pneumatica sui cinque catecumeni. Si passa poi direttamente all’autrice che è anche, nel suo significato etimologico, attrice del passo che sta compiendo: Perpetua sfida il potere costituito adducendo la libertà della propria coscienza in campo religioso. Non sembra quanto mai attuale e davvero fonte archetipica?
Nel rapido svolgersi della narrazione balzano dinanzi al lettore le figure dei catecumeni rinchiusi nella segreta buia ed affollata, con il calore che toglieva le forze e li opprimeva; le visite dei parenti giunti a dissuadere perché retrocedesse dal proposito di fedeltà a Cristo, ribadito e riaffermato: “Allora mio padre, irritato da questa parola, si avventa su di me per cavarmi gli occhi”, passando successivamente al tono supplichevole ed accorato, forse ancora più lacerante per Perpetua: “Queste erano le parole che egli mi rivolgeva da padre amorevole qual era, mentre mi baciava le mani e si gettava ai miei piedi e piangendo non mi chiamava più figlia, ma signora”. E poiché il padre perseverava nel tentativo di salvarla, il procuratore Ilarione dette ordine di frustarlo: “Provai dolore della mala sorte toccata a mio padre, come se io stessa fossi stata percossa; ugualmente soffrivo per la sua vecchiaia infelice”.
Quattro visioni scandiscono il racconto che trova il suo culmine alla vigilia stessa dei giochi. La ricettività spirituale, immersa in tante sofferenze, si era dilatata al massimo, tanto da risultare all’origine della prima apparizione: “Allora mio fratello mi disse: “Sorella e signora, sei giunta già ad un livello della grazia, che puoi chiedere che ti venga mostrata una visione e che ti sia indicato se devi attendere il martirio o la liberazione”. Accondiscendo a questo desiderio, Perpetua prega e riceve la prima visione che appare come la più gravida di luce, di immagini e simboli emergenti dalla più antica tradizione dell’iconografia cristiana e posteriormente attivati in una dinamica di restituzione, proprio all’interno della stessa, giungendo ad alimentarla. Si susseguono le altre visioni, subentra poi la mano di un redattore e Saturo, catechista, rivela la visione del Paradiso.
Il quadro infine si sposta dalla prigione all’anfiteatro stesso per lo spettacolo circense: i martiri devono subire l’attacco delle belve. Perpetua sostiene Felicita colpita per prima, mentre a sua volta viene aggredita, ma con gesto fermo e delicato si ricompone la veste. La folla invece conosce due reazioni di fondo: la commozione intrisa di pietà per due giovani donne fresche di parto e il furore eccitato che prevarrà. Giunge infine il momento della iugulatio da parte del gladiatore. È Perpetua stessa a guidare la mano dell’inesperto, riproponendo in sé il gesto di Gesù che si consegna liberamente alla morte. Gli ultimi momenti di vita fanno percepire l’amore che inondava il cuore dei martiri e la loro tranquilla ed abbandonata dignità.
La conclusione è costituita da una breve benedizione dei beati. La mano scrivente e narrante che lega i diversi episodi sembra la stessa.
La traduzione precisa e fluida induce ad una lettura scorrevole, mentre l’introduzione, dotta e precisa, risolve tre interrogativi fondamentali dandovi risposta: quale la versione originale, quella tramandata in latino o in greco? Chi è l’anonimo redattore della Passione? Ci possiamo collocare in quello che noi definiremmo un reportage, una cronaca, oppure l’ambito è quello della finzione letteraria?
Qualche linea guida se pur sintetica: Tertulliano viene indicato, da molti, come l’autore della Passio. È plausibile che, realmente, egli abbia conosciuto i martiri, e sia stato testimone oculare della loro passione, cui accenna almeno una volta (Sull’anima, 55, 4). Lo proverebbero anche le tendenze montaniste, cui aderì nei primi anni del terzo secolo. Sua quindi sarebbe la redazione della cornice in cui inquadrò i racconti di Perpetua e Saturo, con l’inclusione del prologo e dell’epilogo.
La ridda delle confutazioni e delle congetture è estremamente mossa ed inquietante perché costringe ad esaminare attentamente un testo che, di primo acchito, potrebbe sembrare semplicissimo. Hippolyte Delehaye afferma: “In tutte le sue parti, il racconto è particolarmente avvincente. L’assenza di ricercatezza, la vivacità delle impressioni, la chiarezza dell’esposizione, il calore del sentimento, tutto vi contribuisce ad affascinare il lettore, e non c’è bisogno di altra prova per dimostrare il valore e la sincerità di un testimone”.
Perpetua conversa in greco con il vescovo Ottato e il prete Aspasio perché era una patrizia colta, e Cartagine una metropoli cosmopolita, mentre l’ambiente cristiano era ellenizzato. Lo attesta anche il termine greco latinizzato usato dal pastore come saluto di benvenuto a Perpetua: Tegnon, figlia mia.
Edoardo D’Angelo, ritiene che la peculiarità della produzione letteraria del secondo e terzo secolo dopo Cristo , fosse specifica delle “scritture militanti, immediate, di combattimento” infatti “la letteratura martiriale voleva combattere gli attacchi che la cultura pagana sferrava contro il cristianesimo”.
Se è attestato ed attestabile che questa letteratura degli atti e delle passioni promanava da una documentazione giuridica e da vicende storiche autentiche, collocate nello Zeitgeist, nello spirito del tempo coevo, l’aspetto determinante tuttavia, risiede nel fatto che “sono il racconto di una morte, eroica e cruenta, subita per la fede”. Tutti gli altri aspetti, documentario, storico, letterario, sociopolitico, “proto femminista” sono corollari, portanti appunto, ma non determinanti.
Le comunità cristiane erano solite scambiare fra di loro queste gesta per incitarsi alla fedeltà all’annuncio evangelico che, allora – peraltro come oggi – poteva comportare il grande rischio dell’esecuzione capitale.
L’aspetto estetico e narrativo quindi è decisamente da porre e da considerare germinato sulla radice del martirio cruento. E non quest’ultimo una finzione letteraria che offra lo spunto per un pezzo in bello stile.
La letteratura agiografica può distinguersi in quattro generi: le vite dei santi, i libri dei miracoli, i florilegi – quando racchiudano una miscellanea – e le passiones, ma sono queste, soprattutto, ad imprimere il tono alle comunità cristiane nascenti. Proprio perché siglate e sigillate dal sangue diventavano documenti storici delle comunità stesse. Indubbiamente lo stile e l’andamento non potevano che ricalcare i modelli letterari offerti dalle “vite illustri” degli autori pagani, un sottofondo però assimilato nella postura orante e nella riflessione meditativa.
La Passio di Perpetua e Felicita è davvero un archetipo, in termini cronologici, ma anche in termini di bellezza ed ha influenzato tutta la letteratura “passionale” successiva.

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Un pensiero riguardo “Perpetua e Felicita: due donne libere tra secondo e terzo secolo.

    marta ha detto:
    10 agosto 2008 alle 4:13 pm

    … che dire su queste fiaccole di cristianità, su questi fari di coraggio, su queste madri non di un solo figlio, ma di tanti figli? Si guardano e basta! Si guardano e si prova un po’ di vergogna a guardarci seriamente! Si guardano e … ci si arrabbia con Dio! Ma come, tutto l’amore per l’uomo, e poi chiedi sangue per la Tua Chiesa? Tutti facciamo un passo indietro davanti a queste giovani donne e tutti abbassiamo la testa! Non si può capire, non si può davvero! Ma tutti pensiamo che ne siamo “fuori”, da questo mare di sangue richiesto. Ma ne siamo sicuri? Ne siamo davvero sicuri? A parte casi di “moderni martiri”, per tutti gli altri è davvero un “esserne fuori”? Se la risposta è “Sì, grazie a Dio ne siamo fuori” …. allora abbiamo in mano un Vangelo sbagliato, allora il dio che ringraziamo non è lo stesso Dio, allora è probabile che la nostra fede sia solo una “religione di Stato”. Non ci è più richiesto il sangue, non ci viene più richiesta la vita fisica, non è più un martirio di “minuti o ore” … ci viene richiesto di più, molto di più e che dura molto di più, a volte una vita intera.
    E’ il coraggio non nella scelta, ma nel “mantenere una scelta” … Un autentico martirio quotidiano sotto tutti gli aspetti, culturali, intellettuali, sociali, personali ecc. … Un martirio che non retrocede e se si nasconde, dopo aver “ingannato” i potenti con un falso spergiuro, lo fa solo per “generare una folla di credenti autentici” … una folla così numerosa che nessun potente della terra potrà mai sterminare perchè è impensabile poterlo fare. E qui c’è il doppio martirio in vita: il martirio di essere “allontanati” perchè pericolosi, perchè si è dei “perdenti”, perchè “non ci stanno più con la testa”, perchè ….; ed il martirio del senso di colpa verso Dio per averLo rinnegato, falsamente, ma sempre rinnegato. E’ un subire da tutte le parti colpi su colpi ed in questo subire e con passione continuare a portare il Vangelo a tutti e di nascosto. Esiste anche questo martirio, per nulla nobile, per nulla affascinante, per nulla “ripagato” (sembra) da Dio. Il nulla di tutto, il tutto dell’amore che arriva ad infangare anche se stessi, l’umiliazione totale senza stima dell’uno e dell’altro, senza sostegno dei cristiani e dei non-cristiani. Soli … completamente soli davanti a Dio e davanti alla vita.
    Io, non ho coraggio, non ne ho proprio, ma è questo martirio nel tempo che sceglierei, ben consapevole che potrei fare arrivare la luce e la verità di Dio ovunque e a chiunque e ben consapevole dei rischi. Questo sceglierei, il martirio tremendo di Mamma Maria, il martirio di fuoco di San Paolo, il martirio silente e doloroso di San Giuseppe. Sceglierei di sicuro il martirio d’amore e per amore con nel cuore un Dio integro, ma non integralista; un Dio affamato d’amore dell’uomo. Sceglierei questo di sicuro … è la morte del proprio “io” … ed è quello che Dio (forse) desidera oggi. Forse è un errore questa mio scegliere per codardia e paura del dolore fisico, forse è la vergogna di Dio …ma forse è l’unico modo per tracciare strade … Un martire fisico non lo segue nessuno: si venera e ammira, ma non viene seguito. Un martire in vita e dentro una vita normale è invece possibile e quindi più credibile e più fattibile … più umano. Uno strano martirio davvero … strano ma molto doloroso soprattutto per la lotta di ogni momento di “rendersi incapaci di odiare” … un martirio di chi si mette al fianco dei perdenti, dei peccatori, degli spergiuri perchè questi “credono” di avere a che fare con uno come loro … un infiltrato di Dio nel fango dell’umanità, un giardiniere di Dio che dal letame fa nascere fiori … e non ci sarà neppure la “palma del martirio” alla fine, neppure il ricordo per questi strani martiri.

    Al tempo dei martiri, non lo so, non lo capisco … o forse lo capisce solo chi c’è dentro il martirio.

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