Diaologo Interreligioso. Arabia Saudita: una nazione che non segue il proprio re.

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Dal sito “Il Chiosco” di ArabNews pubblichiamo questo articolo di Raouf Ebeid.

Arabia Saudita: una nazione che non segue il proprio re.

Re Abdallah
Re Abdullah

L’ottantaduenne re Abdullah dell’Arabia Saudita sta cercando di promuovere un Islam più moderato, e di ottenere un riavvicinamento tra la religione islamica e le altre religioni. Il suo invito ad un dialogo interreligioso si è tradotto in realtà la scorsa settimana quando la “Lega Musulmana Mondiale” ha riunito una conferenza di dotti religiosi, della durata di tre giorni, a Madrid. Una conferenza simile aveva avuto luogo lo scorso mese alla Mecca, in Arabia Saudita, essendo però incentrata sulla riconciliazione delle differenze intra-religiose fra le varie confessioni dell’Islam. L’intento di entrambe le conferenze era quello di sostenere, all’interno della comunità musulmana, un Islam più mite, e di promuovere i suoi aspetti più moderati nel resto del mondo. In quanto “custode delle due città sacre”, il re sta agendo non solo come un capo di stato, ma anche il come protettore dell’Islam. L’importanza dell’iniziativa del re può però essere pienamente apprezzata solo sullo sfondo della forma ultraconservatrice di salafismo – conosciuta come wahhabismo – che viene praticata dalla maggior parte dei suoi sudditi.

La maggior parte dei quotidiani del regno saudita ha pubblicato articoli sulla Conferenza di Madrid lodando il ruolo del re nel promuovere il dialogo interreligioso, e riassumendo il suo discorso di apertura nel quale egli faceva appello ad una coesistenza pacifica, alla cooperazione e al rispetto tra tutti coloro che abbracciano fedi differenti, e al rifiuto della violenza come mezzo per risolvere i conflitti fra le religioni, invitando ad esaltare i valori monoteisti condivisi. Tuttavia, abbiamo rilevato poche discussioni filosofiche sostanziali, da parte dei dotti o delle istituzioni religiose saudite, che potessero contribuire significativamente ad ammorbidire la rigida dottrina wahhabita ed i suoi contenuti estremi, i quali sono in larga parte responsabili dello sdoganamento del terrorismo, spesso inteso come un dovere che è parte integrante del jihad (va ricordato che il termine ‘jihad’, che viene spesso semplicisticamente tradotto con il termine “guerra santa”, ha in realtà un significato molto più ampio di “lotta” o di “sforzo”, di natura innanzitutto morale e spirituale (N.d.T.) ).

Malgrado il messaggio di tolleranza e di pace lanciato dal re saudita, i dotti religiosi del regno sembrano essere poco disposti a compiere i passi necessari per trasformare in realtà le aspirazioni del loro re. Ieri, dalle pagine del quotidiano al-Sharq al-Awsat, il giornalista Ma’mun Fendi avvertiva che gli slogan e le inutili formalità di istituzioni burocratiche come la Lega Araba non sono sufficienti. Se da un lato l’avvertimento lanciato da Fendi è lodevole, dall’altro, la sua affermazione secondo cui un dialogo religioso istituito e supportato dalle Nazioni Unite, come anche altri hanno asserito, sarebbe un modo efficace per risolvere lo scontro di civiltà, o qualsiasi altro problema politico, non ha molta validità. Non vi è alcuna prova che il discorso interreligioso, come ad esempio il dialogo fra musulmani e ebrei da lui suggerito, abbia mai risolto tali problemi. Al contrario, è solo attraverso la separazione del processo politico dal dogma religioso che vi è qualche speranza di risolvere questioni come il conflitto israelo-palestinese.

Solo pochi autori si sono mostrati disposti ad affrontare questa dicotomia, sebbene la riconoscano come origine del problema. Un’eccezione è rappresentata dallo scrittore liberale Abdul-Khaliq Hussein, che ha espresso chiaramente il problema e riassunto il percorso che il dialogo intra-religioso all’interno dell’Arabia Saudita dovrebbe compiere prima che si possa tentare un dialogo interreligioso:

  • Hussein invita ad una campagna volta a stimolare un risveglio culturale fra i dotti religiosi wahhabiti, che porti ad una reinterpretazione razionale dei testi religiosi. Egli fa notare che nel Corano i versetti che richiamano alla fratellanza ed al perdono sono altrettanto numerosi rispetto a quelli che incitano alla violenza e all’uccisione dei non musulmani. E’ imperativo dare risalto, nelle scuole e nelle istituzioni, a quei versetti che invitano alla compassione ed al perdono, ed escludere dal discorso i versetti violenti. Hussein afferma che i versetti aggressivi erano un prodotto del loro tempo, e non trovano più applicazione nel mondo moderno.
  • Per ridurre l’estremismo, egli sostiene che siano necessari incontri tra pensatori islamici liberali e moderati da un lato e wahhabiti intransigenti dall’altro. Hussein sostiene che le riforme politiche e religiose tra la popolazione siano una questione di sopravvivenza, e quindi debbano avere luogo con o senza il consenso dei dotti religiosi più radicali.

In modo analogo, commentando il dialogo interreligioso, un analista arabo mi ha detto che il re può pensare ciò che vuole; è l’establishment religioso wahhabita ad avere, tuttora, l’ultima parola in Arabia Saudita. Fino a quando questi dotti religiosi, ed il resto dei principi della casa dei Saud (oltre alla maggioranza della stampa), appoggeranno solo a parole le iniziative del re opponendo resistenza ad ogni cambiamento fondamentale, vi saranno poche possibilità che iniziative di questo genere abbiano successo. I musulmani non devono convincere gli ebrei, i cattolici e gli anglicani del fatto che non vogliono uccidere i non musulmani; i musulmani devono convincersi a vicenda. Ciò richiede la rinuncia all’ideologia salafita dell’ “al-Wala’ wa ‘l-Bara’”, che invita ad amare tutto ciò che è salafita e ad odiare tutto ciò che non lo è. Proclamare questo tipo di odio aperto è uno dei problemi fondamentali che portano all’estremismo violento.

Oggi anche l’opinionista Hashim Saleh sul quotidiano al-Sharq al-Awsat ha lodato l’iniziativa del re, ma ha posto anche un limite da non superare. Egli ha affermato che importanti figure islamiche come al-Qaradawi e la Fratellanza Musulmana non possono continuare a sostenere ideologicamente gli estremisti, mentre allo stesso tempo mostrano di volersene distanziare. Essi devono eliminare la contraddizione che vi è tra la loro pretesa di essere contro l’estremismo, politicamente e moralmente, e il loro sostegno all’ideologia che ne è alla base. Ad ogni modo, finché la maggior parte della popolazione continuerà a dare ascolto ai dotti religiosi radicali piuttosto che al suo re, cambierà poco nel regno saudita. E finché non vi sarà un cambiamento nel regno, vi sono poche speranze per l’armonia interreligiosa.

Raouf Ebeid è direttore del sito “Political Islam Online”

Titolo originale:
A Country Failing its King

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Un pensiero riguardo “Diaologo Interreligioso. Arabia Saudita: una nazione che non segue il proprio re.

    marta ha detto:
    24 agosto 2008 alle 12:12 am

    “Ad ogni modo, finché la maggior parte della popolazione continuerà a dare ascolto ai dotti religiosi radicali piuttosto che al suo re, cambierà poco nel regno saudita. E finché non vi sarà un cambiamento nel regno, vi sono poche speranze per l’armonia interreligiosa.”

    Quest’ultima frase è il problema di sempre e di tutte le religioni, soprattutto delle religioni monoteiste!
    Splendido re davvero … ma è una “storia” già vissuta non vi pare?

    Ma va benissimo, va più che bene: il mondo, l’umanità si sta finalmente muovendo nella direzione giusta!

    Ho letto la meditazione di domani e, mi ha fatto molta impressione la lettura del cap. 12 della lettera di San Paolo ai Romani … E’ impressionante davvero, perchè sta dicendo proprio le stesse cose, o meglio, fornisce indicazioni precise su come “essere” dentro alle varie religioni. E’ il punto d’incontro, altri non ce ne sono. E il “Dio” citato da San Paolo, per il momento, può avere qualsiasi nome. Per il momento però, perchè dopo, tutta l’umanità si riunirà sotto un solo Nome e spontaneamente e senza guerre.

    I concetti teologici, i paroloni altisonanti … non dovrebbero servire ad unire e non ad arroccare su postazioni armati fino ai denti?

    Saremo giudicati sull’amore, solo su quello e su tutto quello che comporta l’amore. Altro non ci sarà: non titoli di studi, non intelligenze raffinate, non culture e civiltà eccelse, non ruoli prestigiosi, non titoli di Stato, non onorificenze, non “santità” presunta …. Solo sull’amore, solo sull’amore verremo giudicati … solo sull’amore tutta l’umanità, uno ad uno, verrà giudicata.

    Solo questo!!!! Sarà ridicolo, ma è la cosa più difficile sulla Terra … a quanto pare!

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