Trasformiamo i conflitti in alleanze di pace

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Trasformiamo i conflitti in alleanze di pace
di Francesco Paolo Casavola (Il Messaggero 29 Agosto 2008)

L’assalto in India ad una comunità cristiana da parte di un gruppo fondamentalista, evidentemente disturbato dall’azione umanitaria e non soltanto di proselitismo che caratterizza i cristiani, non va interpretato nei limiti di un episodio di intolleranza locale.

Non foss’altro per il grande contesto della varia realtà del mondo indiano, su cui continua a campeggiare l’insegnamento della predicazione di fratellanza umana, di tolleranza e non violenza del Mahatma Gandhi. Ma a valutare adeguatamente la forza del fattore religioso, basterà il ricordo relativamente recente dell’uscita di scena il 15 agosto del 1947 dell’Impero britannico, il cui ultimo viceré, lord Mountbatten, lasciò il potere a due Stati, uno induista, la Federazione indiana, l’altro islamico, il Pakistan. Malgrado l’anglicizzazione della cultura superiore, scientifica e tecnica, degli ordinamenti amministrativi, giudiziari, militari, dell’economia industriale e finanziaria, delle istituzioni politiche, le due maggiori credenze religiose hanno continuato a esprimere l’identità profonda delle tradizioni sociali. Perché l’opinione pubblica occidentale sembra accorgersene solo adesso? La fase della espansione coloniale e poi dell’imperialismo europeo nel resto del mondo andava temporalmente coincidendo con i processi di secolarizzazione della cultura occidentale, che conducevano ad una sottovalutazione delle religioni, come ostacoli residuali e regressivi sulla strada della modernizzazione del mondo, aperta dalla sola ragione ai progressi della scienza e della tecnica.
A questa tendenza della cultura razionalista e liberale si accoppiava in involontaria sinergia il materialismo scientifico del comunismo reale nelle aree di dominio o di influenza extraeuropee. Le religioni sono così cadute come in un cono d’ombra. E non si è dato il giusto credito agli studi di Samuel Hughtinton sullo scontro di civiltà, che avrebbe trovato esca proprio nelle conflittuali appartenenze a diverse identità religiose. Il terrorismo diffuso alimentato dal fondamentalismo islamico si deve leggere come uno dei segni, per ora il più cruento, di questo conflitto di civiltà. Non è guerra di religioni.
È fuorviante richiamare le crociate o le guerre tra i popoli europei di diverse confessioni cristiane. Oggi non sono in causa dispute teologiche o loro corollari politici. Tanto è vero che il dialogo interreligioso a livello mondiale non ha soste e non si finisce di stupire che in alcuna dottrina delle grandi religioni del pianeta trovi spazio l’odio o la guerra tra gli uomini. È pretestuosa polemica laicista quella che argomenta l’inizio della pace dalla fine di ogni religione. Il fondamentalismo del nostro tempo è nazionalismo razzista e xenofobo, intriso di moralismo antioccidentale, una forma violenta di rigetto di un dominio esterno pervasivo, che si apre a ventaglio dalle libertà della democrazia politica a quelle della emancipazione delle donne e della promozione e tutela dei diritti umani. Il cristianesimo vive ed opera nella polarità opposta dei fondamentalismi politico-religiosi, di scala planetaria o di dimensioni locali. Se l’Occidente uscisse dalla smemoratezza della sua propria storia, saprebbe forse meglio identificare i pericoli che gravano sugli uomini di oggi e trasformare in alleanze di pace i conflitti di civiltà.

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