Nota a margine: Del pensar male e dell’indovinarci.

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Cosa mai potrà destar meraviglia di quanto avviene nel territorio dell’unica Repubblica della storia di tutti i tempi retta non solo da un Re ma, addirittura da un “Re dei Re”?
Del resto, l’ineffabile Raïs della Jamahiriya Libica, l’immarcescibile colonnello Mohammar El Gheddafi, del vero sovrano ha già accumulato, con i suoi quarant’anni di esercizio totale, assoluto, incontrastabile e incontrastato d’ogni potere, esecutivo, legislativo, giudiziario, religioso e mediatico, tutte le principali caratteristiche che contraddistinguono un autentico, fiero e sovrano monarca da un “Re Travicello” qualsiasi.

Di fronte a lui Salomone appare un debuttante, Napoleone una mezza cartuccia, e i Regnanti di mezz’Europa, da Juan Carlos in Spagna a Beatrice d’Olanda, alla Regina Elisabetta d’Inghilterra (solo per citarne alcuni), anche a rimetterli tutti insieme, non arriverebbero, mai e poi mai, ad avere nelle loro mani neanche un decimo del potere che ha in Libia Gheddafi, al quale duecento capi tribù, vestiti con pelli di animali e piume e con sul capo corone di oro massiccio, han deciso di riconoscere, all’unanimità, il titolo di ” re dei re, dei sultani, dei principi, degli sceicchi e dei sindaci d’Africa
Un evento inaudito in tutta la storia dell’islâm, che ha riservato al solo Profeta l’onore del titolo di “emiro degli emiri”, cioè “prìncipe dei prìncipi”. Lui, il mitico “colonnello” ha superato in questo anche il profeta soffiandogli non solo il titolo, ma addirittura superandolo col titolo di “re di tutti i prìncipi”.
Sarà, forse, questo il motivo che lo ha spinto a inaugurare il suo nuovo mandato ricevendo, per primo, e col capo cosparso di cenere pronto a chieder perdono a nome di noi tutti, quello che possiamo chiamar tranquillamente, e senza che ci sia bisogno d’un’assemblea di capi tribù, il “Presidente dei Presidenti”?

Mohammar El Ghaddafi
Mohammar El Ghaddafi

Certo, sarebbe stato tutt’un altro discorso se questo incontro si fosse svolto in Italia, dove ha sede, peraltro, la Lafico (Libyan Arab foreign Investiment Company) braccio finanziario del Re dei Re in Italia, dove da quasi qauarant’anni il novello Monarca assoluto fa affari con la Fiat e Dio solo sa con quali altri colossi dell’industria del commercio e del mondo bancario.
Tutto sarebbe avvenuto con molta maggior discrezione, anche per evitare il rumore che, presumibilmente, avrebbero fatto gli italiani buttati fuori in malo modo e senza troppi complimenti dall’oggi al domani, in barba ad ogni trattato internazionale, ai quali fu intimato di partire con i soli abiti che indossavano, gioielli esclusi, e ai quali rimasero solo gli occhi per piangere. Loro, d’indennizzo, non han mai ricevuto un duìno.

Alla corte del Re dei Re
Alla corte del Re dei Re

In effetti a riunirsi in Italia, il Re dei Re e il Presidente dei Presidenti, avrebbero rischiato di vedersi rovinar la festa prima ancora che incominciassero i preliminari. In Libia, effettivamente è stata tutt’un’altra cosa.

Adesso staremo a vedere.

Grandi promesse e proclami d’ogni genere, alla presenza d’una Venere di Cirene che, essendo priva della testa, non ha potuto rivelarci con quale espressione dell’animo ha accolto le dichiarazioni dei due leaders. Anche lei, probabilmente, che è appena tornata a casa, ci metterà poco a scoprire che di una sola cosa potremo star certi: vale a dire che è dalle tasche degli italiani che usciranno quei cinque miliarducci di dollari promessi nel giro di venticinque anni per fare, fra le altre cose, una bella autostrada litoranea che parte dai confini con l’Egitto e arriva, su su, fino alla frontiera che separa la Jammahiriya dalla repubblica tunisina, dove un altro Raïs, buon amico del Presidente dei Presidenti potrebbe anche ingelosirsi un po’.
Bisogna stare attenti, perché anche l’altro non scherza: è lì da vent’anni e, a quanto sembra, non ha nessuna intenzione di ritirarsi per far posto (il che, forse, tutto sommato, è un bene) a qualcun altro.
Insomma cinque miliardi di dollari che, presumibilmente e data la loro sostanziale natura di “voucher”, nell’arco di venticinque anni son destinati a raddoppiare per cause, dicamo così, naturali legate alle conseguenze delle leggi dell’economia e della finanza che, in politica almeno, impongono d’adeguare le risorse finanziarie agli obiettivi prefissi e non viceversa.
Adesso la domanda, come direbbe qualcuno “sorge spontanea”. Ed è la seguente: posto che ad occuparsi dei lavori della costruzione delle grandi opere finanziate da questo “indennizzo” saranno delle imprese -presumibilmente- “miste”, vale a dire italiane (o europee, fa lo stesso) e libiche, vuoi vedere che i benefici ricavati dall’esecuzione di queste grandi opere finiranno nelle tasche dei promotori dello “storico accordo”? Niente di più probabile quando i promotori e firmatari sono nientemeno il “Re dei Re” (e della Lafico) da una Parte e il Presidente dei Presidenti (di Dio solo sa quali e quante imprese) dall’altra. Ah saperlo…
Se il saperlo è impossibile, l’immaginarlo, tuttavia, non lo è davvero.
Mai come in casi come questi vale il motto attribuito (quanto attendibilmente non si sa ma verosimilmente di sicuro) ad un altro leggendario personaggio del Belpaese: “A pensar male si fa peccato, ma il più delle volte ci s’indovina”.

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