La Visita del Papa in Francia.

Postato il Aggiornato il


Dal sito “L’occidentale” riportiamo questo ampio e interessante articolo di Michele Marchi.

Alla sfida dei valori Benedetto XVI chiama e Sarkozy risponde

di
Michele Marchi
13 Settembre 2008

Relativismo e fondamentalismo: queste le due parole chiave del primo giorno di permanenza di Benedetto XVI in Francia. I rischi connessi a questi due concetti, centrali nell’elaborazione teologico-culturale del Pontefice, hanno dominato la sua visita all’Eliseo e quella al Collège des Bernardins. Benedetto XVI, prima di dedicarsi alla parte più spirituale della sua quattro giorni francese, ha ben tratteggiato il senso del suo viaggio. Alcuni commentatori avevano insistito sul carattere solo religioso della visita alla Francia, la “figlia primogenita della Chiesa”, ma il Pontefice nel suo dialogo all’Eliseo con il presidente Sarkozy e nel suo discorso di fronte ad oltre seicento intellettuali e personalità della cultura transalpina ha immediatamente chiarito lo scopo della sua visita. E si tratta di un significato che ha molto a che fare con una declinazione alta della politica e della cultura. Benedetto XVI ha scelto di sostare poco più di ventiquattro ore a Parigi, prima di recarsi a Lourdes per assistere alle cerimonie per i 150 anni dall’apparizione della Madonna, per interrogare la Francia sulla grande crisi della fede nell’attuale cultura secolare. E la Francia non poteva che essere un terreno privilegiato per questo Pontefice impegnato dal giorno della sua ascesa al soglio pontificio a combattere i demoni del relativismo e del fondamentalismo.

Perché la Francia? Almeno per tre motivi. Innanzitutto perché la Francia cattolica, la Francia profonda, quella delle parrocchie rurali, ma anche quella dei grandi intellettuali credenti quali Péguy, Maritain, Mauriac, Bernanos, la Francia dei preti operai, la France pays de mission di Godin e Daniel, del domenicano Congar e del gesuita Danielou oggi è il simbolo del “disincanto religioso”, come di recente ricordato dal Presidente della Conferenza episcopale Mons. Vingt-Trois. E la perdita di partecipazione a livello religioso, ha continuato Vingt-Trois, dovrebbe preoccupare anche gli ambienti laici, perché marcia di pari passo con l’esaurirsi della militanza sindacale e di quella politica. La Francia oggi presenta una Chiesa ridotta in “macerie”, come ricorda lo storico delle religioni dell’Ecole pratique des Hautes Etudes Denis Pelletier. I dati sono spietati: solo il 5% dei francesi partecipa alla Messa almeno una volta al mese e soltanto il 20% dei bambini tra gli otto e gli undici anni frequenta il catechismo. Se le scuole private sono un’istituzione oramai imprescindibile per garantire l'”insegnamento repubblicano” (due milioni i bambini che le frequentano), solo il 12% dei genitori che vi iscrive i propri figli dichiara di farlo per questioni confessionali. Se si guarda poi all’ambito ecclesiastico la situazione è ancora più drammatica, con solo 100 preti ordinati all’anno la Chiesa di Francia, orgogliosa del suo passato missionario, oggi si regge in piedi solo grazie al sostegno di circa mille sacerdoti sudamericani e con gli sforzi di un numero crescente di diaconi. Insomma la situazione, come ha affermato in maniera un po’ brutale Alain Besançon, è quella di una vera e propria dissoluzione del popolo cattolico, con la religione banalizzata a puro e semplice umanitarismo e spogliata di tutto il suo coté spiritualista.

Accanto a questo primo motivo ecco immediatamente il secondo: non si deve dimenticare che la Francia è anche la terra della laicità, dove la Repubblica ha fondato il suo dogma proprio sulla separazione tra Stato e Chiesa/e, tra religione e politica. La “figlia primogenita della Chiesa” che, in oltre cento anni, non è mai riuscita ad offrire al panorama politico europeo un partito cristiano-democratico forte (se si eccettua la breve ed estemporanea parentesi del Mouvement Républicain Populaire nel post 1945) ha sancito, a partire dal 1905, la separazione legale tra Stato repubblicano e confessioni religiose. Da quel momento è cominciato un lento percorso di aggiustamento dei rapporti tra politica e religione che ha dovuto attraversare periodi delicati e contrastati: dall’esproprio dei beni ecclesiastici da parte della République, all’infatuazione per il politique d’abord dell’Action Française per approdare al primauté du spirituel di Maritain. È poi venuta la parentesi degli anni bui della collaborazione, con la Chiesa ufficiale di Francia per un momento illusasi di aver trovato la sua dimensione nella “rivoluzione nazionale” di Pétain e quella radiosa della Resistenza al nazismo, con i cattolici in prima linea nella liberazione del Paese e nella sua ricostruzione. Come dimenticare i fermenti cattolici degli anni Sessanta e il confronto/scontro sui temi della laicità, una volta aumentata in maniera esponenziale l’immigrazione di religione mussulmana? Dunque crisi del cattolicesimo e applicazione spesso contrastata del concetto di laicità
Infine il terzo decisivo motivo che ha contribuito a riempire di significato questa visita: la presenza all’Eliseo di Nicolas Sarkozy, che sui temi della laicità e dello spazio da offrire al religioso all’interno del politico ha rotto tutti gli schemi del panorama transalpino e probabilmente europeo. Quello di Sarkozy è un percorso lungo, che affonda le sue radici nel suo libro-intervista del 2004 La République, les religions, l’espérance, ripreso nel corso della campagna elettorale (non senza alcuni rischi, vista la tradizione di laicità del Paese) e poi definitivamente dispiegatosi con i discorsi di San Giovanni in Laterano del dicembre 2007 e di Riad del gennaio 2008.

Ebbene l’occasione era di quelle propizie per ricordare, ognuno secondo le proprie prerogative, che il XXI secolo deve vedere in prima linea i leader, politici e religiosi, affinché riflettano attorno a due questioni chiave. Primo: la secolarizzazione è il destino delle liberal-democrazie occidentali? Secondo: essendo sotto gli occhi di tutti il ritorno prepotente del religioso nello spazio del politico, non è forse necessario rivedere i canoni di una laicità che, nelle migliori delle ipotesi è sinonimo di indifferentismo, e nella peggiore fa rima con laicismo antireligioso?

È su questi presupposti che l’intervento di Sarkozy all’Eliseo nell’accogliere il Pontefice ha voluto sottolineare il legame indissolubile tra fede, ragione e democrazia. “Sarebbe folle” – a detta dell’inquilino dell’Eliseo – “privarsi della possibilità di dialogare con la religione”. Sarkozy ha poi ribadito che la sua “laicità positiva” non è un’astratta teoria, ma ha concrete applicazioni pratiche che vanno dall’attenzione della politica per le questioni bioetiche, alla ripresa dei principi della dottrina sociale cristiana quando si parla di “moralizzazione del capitalismo”, da opporre alla selvaggia speculazione finanziaria.

Ma parlare di “laicità positiva” significa anche, da parte di un leader politico, riconoscere il ruolo della religione nella costruzione dell’umanità, quindi rispettare tutti i credo religiosi, pur ribadendo la centralità del cristianesimo nell’edificazione dell’Occidente liberal-democratico, moderno e pluralista. La laicité positive non si chiude a riccio in una negazione priva di significato del ruolo della spiritualità nello sviluppo democratico di una Nazione, ma pretende anche che il principio di tolleranza sia accompagnato a quello di reciprocità, in un mondo che vede le persecuzioni ai cristiani oramai sempre più diffuse.

Un approccio di questo genere non poteva che trovare un’eco positiva nelle parole di Benedetto XVI, nel discorso di replica al Presidente francese all’Eliseo e in quello più colto pronunciato al Collège dei Bernardins. Di fronte alle autorità politiche presenti all’Eliseo il Pontefice ha insistito su due concetti chiave. Da un lato il vero senso della declinazione di laicità. Distinzione tra politica e religione senza però trascurare la funzione insostituibile di quest’ultima per il contributo che può portare alla creazione di un consenso etico, strumentale al sostegno dei nostri fragili sistemi sociali. In secondo luogo un richiamo ripetuto a Sarkozy, attualmente presidente di turno dell’Unione europea, sulla necessità che l’Europa comunitaria approfondisca la sua unità senza scivolare verso una pericolosa e sterile uniformità di pensiero e giudizio.

Ma la chiusura del cerchio rispetto alle parole pronunciate da Sarkozy si è avuta con il dotto intervento di fronte alle oltre seicento personalità della cultura francese (presenti anche Jacques Chirac e Valery Giscard d’Estaing, oltre ad una nutrita delegazione di rappresentanti del mondo mussulmano francese). Costruendo la sua riflessione attorno alla mistica figura dei monaci impegnati nel ricercare Dio, il Dio rivelato del Cristianesimo che è uomo e logos, insieme virtuoso di spirituale e razionale, Benedetto XVI ha ricordato le due grandi sfide con le quali si deve confrontare la cultura europea in questo avvio di terzo millennio. La prima riguarda il confronto con un concetto di libertà come sinonimo di assenza totale di vincoli, portato così a tramutarsi in trionfo del fanatismo e del libero arbitrio. Accanto a questo il tema del trionfo della cultura positivista, che relega Dio al solo ambito soggettivo. Se per molti “Dio è oramai il grande sconosciuto”, con questa assenza entra in crisi l’architrave della cultura europea.

Ripartire dalla “ricerca di Dio e dalla disponibilità ad ascoltarlo” diviene allora un’esigenza impellente non solo per la Chiesa di Roma, ma per tutti i responsabili della gestione della cosa pubblica che desiderano ancora partecipare alla grande avventura della liberal-democrazia occidentale.
Benedetto XVI ha parlato da Parigi alla Chiesa francese e l’ha invitata a reagire di fronte alla sua inesorabile discesa nell’abisso dell’irrilevanza. Ma si è rivolto anche alla politica e alla cultura invitandole a raccogliere le sfide della modernità, da affrontare innanzitutto da un punto di vista valoriale sui temi della “laicità positiva” e delle radici cristiane dell’Europa. La sfida dei valori sarà quella decisiva nel XXI secolo. Difficile trovare oggi un politico più pronto di Sarkozy nell’accettare questo invito.

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