Nota a margine. “Di fazione sul calvario.”

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In questi giorni le polemiche su fascismo e antifascismo hanno animato la cronaca politica.

Forse per trovare il modo di evitar di parlare di cose concrete a qualcuno è saltato in mente di rispolverare i vecchi arnesi del mestiere, senza considerare il rischio che, ai nostri giorni, evocare questi fantasmi potrebbe accendere la fantasia di tanti, troppi sbandati ai quali, in difetto d’un pensiero proprio, è d’abitudine attaccarsi ad ogni slogan, ad ogni frase fatta, che venga ben pubblicizzata, per giustificare la voglia di violenza. Una violenza che non aspetta altro che una giustificazione “nobile” per poter esplodere.

A volte le banalità possono essere pericolose e, su questo tema, ci è capitato di leggere tante, troppe cose banali.

Per questo motivo, per un’esigenza di riequilibrio e di rispetto dell’intelligenza di chi legge, questa volta Calibano, con la “Nota a margine”, preferisce riportare alla vostra attenzione le parole dette, al riguardo, da qualcuno che, della banalità, non conosceva neanche l’indirizzo di casa.

Eccole qui:

La nostra terra non ce l’hanno portata via i tedeschi nè gli altri. L’hanno martoriata là dove il fronte è sostato, ma è rimasta come sono rimaste le città con le loro ferite, che lentamente si rimarginano. Tutto si rifà: strade, ponti, fabbriche. Noi, no. Anche se confluiamo a crescere di numero, anche se parliamo la stessa lingua degli uomini del nostro risorgimento, si fa fatica a dire che siamo tornati italiani.

Parecchi sono rimasti fascisti per un’ostinata protesta, che se vale contro certi uomini nuovi, non tiene verso le nuove idee. Molti si sono allogati, più presto che in fretta, sotto un’altra livrea, pur di non viaggiare, vasi di terra tra tanti vasi di ferro.

Qualcuno si dichiara indipendente, cioè di nessuno, neanche di se stesso, onde poter puntare sicuramente al momento buono sul cavallo vincente. Se si muove vuol dire che l’Italia c’è ancora. Infatti da monarchica è diventata repubblicana, da dittatoriale democratica, da imperialista rinunciataria. Ognuno si sforza di vestirla a suo modo per poterle voler bene, quasi fosse il vestito che ci lega alla mamma.

Sono pochi oggi che osano voler bene all’Italia com’è: e anche a quei pochi manca spesso il coraggio di dirlo, quasi fosse vergognoso questo umile amore.

Che vi siano stati italiani che l’abbiano amata male la Patria che si siano serviti di essa per arrivare dove sono arrivati, facendola sventurata e avvilita, è storia che non abbiamo avuto bisogno di leggere sui libri.

Ma se è dell’uomo il tradire ogni santa cosa, ciò che è buono resta buono nonostante i nostri tradimenti: e come non ci si può sciogliere dalla Religione sotto pretesto ch’essa è male rappresentata, così non ci si può staccare da una Patria abbandonata e tradita. Se siamo figliuoli cordiali, viene anzi voglia di amarla con maggiore passione, per restituirle la dignità offesa.

Ma il mio timore più che al passato, il quale serve soltanto di pretesto a chi non ha cuore, guarda al presente, ove ci si premunisce contro il sentimento patrio, quasi fosse di bassa lega.

Molti hanno paura di essere tagliati fuori dalla storia se professano di voler bene al proprio paese, se ne parlano con rispetto, se pensano ai suoi morti e alle sue glorie con venerazione e compiacimento, se non si perdono in un universalismo che non si sa bene ancora cosa sia e che su certe labbra dà un senso equivoco e falso.

Come cristiano, credo e mi adopero perché l’avvenire, la pace e il benessere dei popoli battino questa strada, che è strada cattolica: ma per amare largamente ci vuole più cuore, per sentire la solidarietà europea e mondiale bisogna far crescere la nostra capacità d’amore.

Invece, mi pare d’avvertire la crescita di un’indifferenza quasi omicida, quella che un giorno ha fatto dire a Caino: «sono io forse il custode di mio fratello? ».

Quando l’anima è congestionata da egoismi ferocissimi: quando a richiesta di una immediata soddisfazione ci affanna fino a farci dimentichi che anche il vicino di casa ha un volto umano: quando lo spirito di classe ci mette gli uni contro gli altri in un assurdo e pericoloso schieramento, che va dal piano interno a quello internazionale, quale forza potrà farci cittadini del mondo?

La Patria, è vero, non è l’ultima nè tutta la casa dell’uomo: se poi si pensa che l’unità raggiunta in suo nome fu spesso a danno dei poveri e a servizio di pochi, posso anche spiegarmi certe indisposizioni e diffidenze.

Ma se non è tutta la casa, è una casa dell’uomo, un luogo d’incontro e di sosta, un crocivia, dove si riesce a guardarci un po’ meno torvi: come quando ci si trova in Chiesa, anche se la fede non è la stessa per tutti.

Invece, di rimediare alle manchevolezze, stiamo per toglierla addirittura di mezzo, come altri vorrebbero cancellare la famiglia a motivo dei suoi egoismi non sempre sacri.

In tal modo, uno dopo l’altro, spezziamo i vincoli umani, distornando gli incontri senza sostituirli, o quello che è peggio, sostituendo soltanto il loro gramo con surrogati che spaventano.

Il proletariato comunista chiama Patria la Russia, mentre gli altri guardano all’America: universalismo slavo o orientale, universalismo anglosassone od occidentale.

Che Thorez e Togliatti abbiano optato per la Russia contro l’America mi sembra logico e non mostruoso come è logico e non mostruoso che gli altri, senza gridarlo, preferiscano l’America alla Russia. Certe indignazioni, quando i principi non sono più validi, danno un suono farisaico. Ognuno è libero di pensare che la salvezza venga da Oriente o da Occidente.

Per trovare un componimento ragionevole di questa tragica divisione, bisognerebbe porci nella regola della convivenza democratica, che tutti praticamente rinnegano.

Poiché il 18 aprile la maggioranza votò per l’Occidente piuttosto che per l’Oriente, quella scelta dovrebbe far legge secondo i! gioco democratico obbligando moralmente la minoranza ai entrare nella regola di ciò che potrebbe anche chiamarsi il bene comune dichiarato dal prevalere dei suffragi.

Il che sarebbe possibile qualora la coscienza democratica fosse superiore all’istinto fazioso, e la Patria più in alto dei Partiti.

Purtroppo, né la coscienza democratica è operante né la voce della Patria. Gli italiani sono tuttora sul piano dell’8 settembre, quando per amore di libertà alcuni si sono fatti ribelli. La resistenza continua ma in nome della parte contro la Patria, perpetuando e aggravando la frattura.

Gli opposti giudizi sulle assoluzioni e sulle condanne della magistratura, sui compiti della polizia e sugli scioperi, sono le prove della nostra immaturità democratica e dell’assenza di Patria.

Come arrivare alla distensione quando ci manca una comune coscienza politica, un affetto comune e un comune altare, su cui deporre le armi fratricide e consumare i nostri rancori?

Vedo uno star male comune, una comune povertà che presto potrà divenire una comune rovina; ma non vedo una Patria comune: vedo il fascista e il partigiano, non vedo il fratello e l’italiano.

Fascismo e Resistenza, sono due episodI della nostra storia che non vanno deprecati nè esaltati oltre certi limiti, sopratutto essi non ci devono abbacinare nè fissarci, sul passato.

Se la Resistenza per colpa dei partiti, non avesse perduta la sua iniziale nobiltà, se avesse conservato intatto il patrimonio spirituale dei suoi Morti, se invece di scavare una trincea avesse costruito un ponte, avrebbe salvato l’Italia.

La nostra ingenerosità, che si buttò verso una giustizia senza equità, la nostra accidia che s’appoggia a quei di fuori, mantenendoci in Patria l’animo di fuoruscito, ci sta consumando.

Ieri no, ma oggi, fascisti e antifascisti si assomigliano, colmi di risentimento, di rancori e di odio gli uni egli altri.

Ci siamo umiliati e offesi a vicenda: su l’uno e su l’altro nome, gli ignobili dell’una e dell’altra parte hanno rovesciato la propria volgarità.

Il fascismo ha consumato gl’italiani: l’antifascismo minaccia di cancellarli.

In un’Italia, che non è più casa, è più facile fare il fascista che l’italiano, il partigiano che l’italiano. Si parla di Russia e d’America, d’Oriente e d’Occidente; non si parla d’italia. Eppure i nostri Morti sono Morti per l’Italia.

Oggi siamo di fazione sul calvario.

Le scriveva, il 15 marzo 1949, quasi sessant’anni fa, su “Adesso” Don Primo Mazzolari.

In questa pagina riesce a descrivere un peccato d’allora. Un vecchio peccato la cui ombra si allunga sino ai giorni nostri. Un proverbio inglese dice: “Old sins have long shadows” (“I vecchi peccati hanno le ombre lunghe”). Ce ne sono alcuni, come questo, che insieme con l’ombra riescono a trasmettere anche il veleno.

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3 pensieri riguardo “Nota a margine. “Di fazione sul calvario.”

    marta ha detto:
    16 settembre 2008 alle 11:50 pm

    Brividi! Fa venire i brividi un simile articolo tanto è attuale e tanto è “storico”!
    L’equilibrio è sempre qualcosa che fa venire i brividi, e questo è alto equilibrio di chi dall’alto della saggezza e del vissuto guarda e ama.
    Denuncia coraggiosa, ieri, per mano di don Primo Mazzolari e coraggiosa, oggi, per mano di Calibano.
    E’ sotto gli occhi di tutti e mi domando chi sarà quello che oserà dire “Non è vero!”
    Equilibrio tra due estremi, la “terra di mezzo” dove la Verità abita e genera.
    Equilibrio nel “vedere” e rielaborare e concludere tendendo sempre verso l’indicazione del “meglio” per tutti, ma che ognuno e ciascuno deve dare.
    E dopo i brividi dell’equilibrio ci sono quelli della “passione” per il bene comune … che non dà spazio alla pace di comodo, non cede il passo al “proprio interesse” perchè ben si sa che senza l’interesse comune, anche il proprio interesse prima o poi soccombe!
    Brividi di guardarsi come “uno del popolo italiano” e uno “del grande popolo dell’umanità”.
    Brividi di una coscienza che riconosce che il “bene autentico di ogni Stato” è proiettato verso il “mondiale” … non ce n’è! Basta che anche un solo Stato sia “nell’ingiustizia” che prima o poi tutto il mondo viene in qualche modo “colpito”.
    Brividi perché le grandi distanze diventano all’improvviso brevissime, da un piano all’altro di un condominio, da una porta all’altra dello stesso pianerottolo.
    Brividi di una coscienza che lo Stato si fa e si costituisce nel piccolo e non nel grande, talmente piccolo che risiede nella coscienza libera da egoismi di ogni uomo.
    Giustizia e pace sono i polmoni di uno Stato, senza questi si rischia l’asfissia, che provoca l’intorpidimento del pensiero obiettivo ed oggetivo.
    E’ vero, la pace la fanno uomini che non sono mai in pace con se stessi e non sono mai lasciati in pace dalla propria coscienza. E anche questa frase è di don Primo:
    Il cristiano è un ‘uomo di pace’, non un ‘uomo in pace’: fare la pace è la sua vocazione“.
    (P. Mazzolari, Tu non uccidere)
    Questi sono uomini di Dio, questi sono uomini di Dio per l’umanità.
    Grazie Calibano, un magnifico regalo … ma d’altra parte è di San Paolo l’affermazione che i carismi più ambiti devono essere Carità e profezia … e quest’uomo, don Primo, ha aspirato per tutta la vita a questi carismi … ne era pervaso, ma non ne era persuaso. Lo era e non l’ha mai saputo … la sua umiltà gliel’ha sempre tenuto nascosto.

    Hyperion ha risposto:
    17 settembre 2008 alle 9:59 am

    Sorprende che questa pagina non sia pubblicata, come necessaria premessa, al testo della Costituzione della Repubblica Italiana che viene dato agli studenti: ne fornirebbe la chiave di lettura più illuminante.
    Addolora, anche se non sorprende, il fatto che questo messaggio, autenticamente “profetico”, sia rimasto praticamente ignorato per sessant’anni.
    Papa Benedetto si è dimostrato uomo di grande fede e di grandissima concretezza affidando le sorti dell’Italia, a Cagliari, e soprattutto a Lourdes, alla Madonna.

    Archim. Mons. Virginio Fogliazza ha detto:
    18 settembre 2008 alle 11:51 am

    Sono molto contento che il dr. Giacomo Fiaschi stia tirando fuori dai cassetti dell’oblio la voce profetica di don Primo Mazzolari, che ho avuto la fortuna di conoscere e di ascoltare per ben tre volte.
    La sua voce ti penetrava nell’intimo, il suo pensiero, auternticamente evangelico, ti induceva ad un radicale esame di coscienza sulla tua “sequela Christi”.
    Non dimenticherò mai una sua conferenza a Dorga di Bergamo:
    iniziò il suo discorso indicando l’affresco dell’abside della chiesa che raffigurava i dodici Apostoli intorno a Cristo con le loro mani aperte…. (io mi trovavo con altri in presbiterio )
    soggiunse: ” voi non mostrate le vostre mani ……” in un attimo ci fu un sussulto tra la marea della gente che assiepava LA GRANDE CHIESA E UN MOVIMENTO DELLE MANI dietro le SPALLE…
    Questo per dire che potenza esercitava sul suo uditorio…
    Grazie ancora Giacomo!

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