Università e pecore. Cose d’altri tempi? Forse si, forse no…

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Don Lorenzo Milani in mezzo ai "soui" ragazzi di Barbiana.
Don Lorenzo Milani in mezzo ai "suoi" ragazzi.

Scritta da don Lorenzo Milani all’amico Giampaolo Meucci, la lettera non fu mai spedita. A rileggerla dopo cinquant’anni dalla data in cui fu scritta ci si rende conto di quante cose siano cambiate da allora.

Ma quel che fa più impressione non sono le cose che, nal frattempo, sono cabiate: sono quelle che sono rimaste tali e quali.

Il signorino della lettera di don Lorenzo esiste ancora oggi e il suo modo di agire e di pensare è sempre lo stesso non solo da cinquanta, ma da quasi duecento anni, quando il Giusti scriveva questi versi:
… la volubile
genia di Brenno,

che infuria e prodiga

la vita e il senno,

che le repubbliche

distrugge e crea,

non cangiò d’indole,

cangiò livrea.

(Parole di un Consigliere al suo Principe)

Barbiana, 30.3.1956

Caro Gianni,

cercami per piacere nel Codice penale un articolo che preveda il reato che ora ti dirò. E se non c’è di a qualche amico deputato che lo facciano subito, ma in settimana e carico di pene esemplari. Il titolo dev’essere press’a poco così: “Circonvenzione di contadino giovandosi di circostanze storiche favorevoli per le quali senza mai fare alcunché di legalmente perseguibile gli si fa però un danno umano così enorme che se ne accorgerebbe anche un bambino e che solo il Codice per una sua inspiegabile anomalia non vede.” Ma almeno se tu non trovi verso di dar figura giuridica a questo delitto promettimi che lo dirai ai tuoi amici dell’Archivio di Stato. Di loro che l’appuntino su qualche foglio perché ne resti memoria. Se no domani quando tutto il nostro mondo sbagliato sarà stato lavato in un immenso bagno di sangue e quando doman l’altro gli storici inorriditi da tanto sfacelo che avrà travolto insieme tanto bene e tanto male tenteranno di scriverne le origini e i motivi, non riusciranno a leggere fatti come questi che t’ho detto. Perché gli analfabeti non vengono menzionati dalla storia altro che quando uccidono i letterati. E questo avviene proprio perché sono analfabeti e prima di quel giorno non sanno scrivere né farsi in altro modo valere e così son condannati a scrivere solo colla punta dei loro forconi quando è già troppo tardi per esser conosciuti e onorati dagli uomini per quelli che erano innanzi a quel triste giorno. Un contadino parte perché trova un podere migliore. Ha lavorato dieci, venti, talvolta duecento, trecento anni su quella terra e ha vissuto lui e i suoi magrissimamente perché in tutti quegli anni ha fatto vivere, non solo vivere ma studiare, il nonno del padrone e poi il padrone e poi il signorino. Loro hanno frequentato tutte le scuole e si son riempiti la casa di libri e la mente di potenza dialettica e pratica enorme senza aver mai bisogno di guadagnarsi il pane perché il pane lo guadagnava Adolfo e i suoi bambini. Adolfo che non ha fatto neanche la prima perché il signorino ha passione per le pecore e non permette che si vendano. Il signorino dice che le pecore rendono molto tanto a lui che al contadino (ed è vero) e così non permette che si vendano. E così Adolfo ha passato la sua infanzia colle pecore e ora è grande e lavora invece il podere e colle pecore manda Adriano. E Adriano ha già 10 anni ma è analfabeta come il suo babbo solo perché non può andare a scuola perché ha da badare le pecore che hanno da fare la lana e gli agnelli e il cacio. E poi si vende la lana e gli agnelli e il cacio e la metà d’Adolfo basta solo per campare mentre la metà del signorino messa insieme a altre metà di altri poderi basta bene per andare a scuola fino ai 35 anni e far l’assistente universitario volontario cioè non pagato e vivere nei laboratori e nelle biblioteche là dove l’uomo somiglia davvero a colui che l’ha creato che è sola mente e solo sapere. Sono trecent’anni precisi che la famiglia secolarmente analfabeta di Adolfo mantiene agli studi la famiglia secolarmente universitaria del signorino. C’è nell’archivio parrocchiale documenti ingialliti e ammuffiti che lo attestano. Il fatto è già in sé d’una tragicità che non richiede commento. Ora i figlioli di Adolfo sono stufi del lumino a carburo e gli han fatto cercare un podere dove c’è l’acqua e la luce. E Adolfo s’è deciso anche lui a partire per contentare loro e anche per sé perché è stufo fino agli occhi. Ma pure credi che anche partire di quassù è sempre uno strappo non foss’altro perché in trecent’anni s’è imparentato un po’ tutte le case della zona e poi qui ormai conosce troppe cose o persone utili nella vita: mediatori, compratori, vicini, ladri, galantuomini, esperti, inesperti… Quando il signorino seppe che Adolfo aveva trovato un podere meglio, gli mentì per la centesima volta che avrebbe messo la luce. Ma Adolfo ormai conosce l’uomo e non c’è caduto più. Ha poi dentro una tale carica di rancore che ormai al Sasso non ci torna più neanche se ci fanno l’autostrada. Allora per un anno il podere del Sasso è restato sodo, e per esser sodo un anno solo è costato tanto quanto occorreva per metter la luce e l’acqua e rimetter la casa e fare qualche fossa. E il signorino ha cercato disperatamente un altro grullo che venisse a campare agli studi lui e il suo figliolo e i suoi nipoti per altri trecento anni. E il grullo purtroppo l’ha trovato. E’ un infelice che là dove è ha anche la luce, ma per un complesso di circostanze è costretto a dividersi dal fratello. Ha posto un patto solo e cioè che prima di gennaio quando ci tornerà lui ci sia la luce. Ed ecco il signorino promettere a questo sconosciuto cui non deve nulla ciò che ha negato a Adolfo che per trecent’anni l’ha campato agli studi. Già questo è un insulto alla miseria e al sacrificio che è molto più che uno schiaffo e molto più che una scarica di legnate. Ma se Adolfo dà uno schiaffo o una scarica di legnate al signorino tu lo metti in galera, mentre quando il signorino fa questo a Adolfo tu non ci ravvisi ombra di reato. Anzi forse il signorino è un tuo compagno di studi. Forse stasera lo incontrerai alla San Vincenzo a spendere generosamente i soldi del cacio del Sasso, i soldi dell’analfabetismo di Adolfo. Oppure lo vedrai a far dottrina ai bambini col distintivo di dirigente di Azione Cattolica. Ed ecco ora il signorino in azione per convincere il contadino nuovo a venire. Ecco che non gli dice che a togliere le cimici da quella casa non è bastato neanche il camioncino della prefettura con tre giorni di gas. Gli dissero: « Per levare le cimici da questa casa, signor Professore, non le resta che darle fuoco e ricostruirla a nuovo ». Ecco che gli sfodera un foglio della Valdarno per mostrargli che a giorni al Sasso c’è la luce. Il contadino nuovo è un po’ più smalizito d’Adolfo e sa un po’ leggere e pensa: « Io non mi chiamo Adolfo. Io so leggere, a me non me la fa ». Guarda dunque quel foglio e vede che è intestato Selt-Valdarno ecc. ecc. Beh, allora basta così, questa volta si dev’esser deciso. Torna ai suoi monti e trasloca. Lascia i parenti, gli amici, danneggia i pochi mobili nello sgombero, spende per il camion, fa interrompere le scuole a Pierino a gennaio in pieno anno scolastico. Insomma io non voglio stare a farti l’elenco completo delle cose che perde per quel trasloco. C’è di mezzo anche un mezzo fidanzamento della sua maggiore ecc. ecc. Fammi il piacere mettiti te nei panni d’un trasloco. Senza che ti faccia tanti esempi lo capisci da te che somma di valori umani si può spezzare in un trasloco. Basterebbe quell’essere eterni viandanti. Non per nulla il nomadismo è segno di civiltà ormai sparite e antichissime. Ma ciò che avviene tra i contadini oggi è nomadismo puro come quello dei pastori dell’Asia e porta con sé tutto il bagaglio delle sue conseguenze disumananti. Sai cos’era quel foglio che il signorino professore ha mostrato al contadino nuovo? Era uno di quei moduli di richiesta di preventivo che la Valdarno dà gratis a chiunque li richieda. Di fronte alla tua legge il signorino è a posto. Quando il preventivo verrà (se verrà) vedrà che la spesa è troppa e non ne farà di nulla. Poco importa. Basta che il Sasso per quest’anno non resti sodo come l’altr’anno. Tu, Procuratore d’una Repubblica fondata sul lavoro, non manderai le forze dell’ordine a sanare questo disordine estremo. Fai pure. Peggio per te e per il tuo e mio mondo e per il mondo del signorino. Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti. Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell’arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti. La testa di Marconi non vale un centesimo di più della testa di Adolfo davanti all’unico Giudice cui ci dovremo presentare. Se quel Giudice quel giorno griderà « Via da me nel fuoco eterno » per ciò che Adolfo ha fatto colla punta del suo forcone, che dirà di quel che il signorino ha fatto colla punta della sua stilografica? E se di due assassini uno ne vorrà assolvere, a quale dei due dovrà riconoscere l’aggravante della provocazione? A quale dei due l’attenuante dell’estrema ignoranza? D’una ignoranza così grave da non esser neanche più uomini. Neanche forse più soggetti d’una qualsiasi responsabilità interiore.

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Un pensiero riguardo “Università e pecore. Cose d’altri tempi? Forse si, forse no…

    marta ha risposto:
    22 settembre 2008 alle 11:03 pm

    “La cultura – per essere tale – deve indossare – la tuta da lavoro; chinarsi sui libri significa – dopo – chinarsi sugli uomini per difenderli …. e liberare il loro pensiero, il loro diritto di pensare!”
    Sono torti, quelli così ben descritti in questa lettera, che nascono dall’idea che “cultura” significhi possesso privilegiato, di casta, di un “sapere” che è stato così bene indicato da Papa Benedetto come oggetto di “idolatria”.
    Quando il “sapere” trova le strade per andare incontro all’uomo e renderlo migliore allora resta un mezzo, nobilissimo e privilegiato, attraverso il quale l’intelligenza esprime il suo “grazie!” a Dio, che l’ha data in dono all’umanità per progredire e per vivere appieno il dono della creazione.
    Il “sapere” rimane così un “mezzo” e non “un fine”, ed è importante che rimanga tale perché quando diventa un “fine” porta all’idolatria, con tutte le conseguenze che derivano.
    Ma nessun torto, per quanto grave e per quanto esasperante, motiva e giustifica la violenza (sia fisica che inellettuale) che, nel momento stesso in cui si verifica, perde ogni ragione.
    Difendere i diritti è un obbligo di tutti, ma dobbiamo anche difendere il nostro “dovere” (che, almeno sotto un certo aspetto, è anche un diritto) di “non ferire” il prossimo.
    Eliminare la “persona” in cui si identifica il “problema”, non significa “eliminare” il problema, ma significa solo “sfogare la propria rabbia”.
    Spesso il pensiero di don Lorenzo è stato oggetto di un’autentica deformazione: il suo messaggio sempre provocatorio e incalzante, ma sempre profondamente, totalmente, addirittura “radicalmente” evangelico, è stato ridotto spesso a puro discorso sociologico, dal che è uscita fuori un’immagine totalmente falsificata del personaggio e conclusioni totalmente opposte a quelle alle quali era giunto, con una fatica ed un lavoro immani, don Lorenzo stesso.
    Grazie per averci riportato questa figura di don Lorenzo Milani, troppo spesso relegata al passato, dentro un “ieri” nostalgico, mentre è presente e coraggioso futuro.

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