Esegesi biblica alla scuola dei padri.

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Dall’Osservatore Romano riportiamo questo articolo di Inos Biffi.

264q04a1Dalla sapienza medievale ai quattro sensi delle Scritture.

Una delle eredità che i medievali raccolsero dai padri della Chiesa è quella del metodo esegetico simbolico, che, al senso storico immediato, aggiunge “un secondo modo di leggere e di intendere il testo” (Yves Congar). E, infatti, “sull’esempio dei padri i medievali saldano in uno stesso comportamento esegetico i procedimenti e le categorie ereditate dalla cultura ellenistica. Presso gli autori pagani, presso Filone, presso Origene, si era costituito un genere letterario per interpretare i testi (Omero, Virgilio, e così via) di là dalla loro lettera, con uno sdoppiamento, in cui il corpo del racconto, del mito, del mistero, era di fatto disgiunto a supposto vantaggio di uno “spirito”, divenuto eterogeneo alla lettera. I cristiani (e Filone stesso) mantenevano certamente il dato storico primitivo: essi accettarono tuttavia, specialmente ad Alessandria, i metodi dei loro contemporanei.
Attraverso Ambrogio, Agostino, Gregorio, questi metodi penetrarono l’esegesi medievale occidentale. L’allegorismo unisce, così, la trasfigurazione cristiana della storia con una trasposizione morale nella quale i racconti biblici simboleggiano la vita interiore del giusto”. Si tratta di una interpretazione della Bibbia “in cui la storia – la littera – è il supporto di una trasposizione continua a realtà soprastoriche di cui gli eventi terreni sono figura” (Marie-Dominique Chenu).
Esattamente, quindi, come i padri, i medievali sono portati a cogliere nella Scrittura una “lettera” e uno “spirito”, e viene in mente il libro di Henri-Marie de Lubac Histoire et esprit. L’intelligence de l’Écriture d’après Origène. Sono, infatti, tratte dalle omelie di Origene le espressioni: “Nelle Sante Scritture difendiamo la lettera e lo spirito”, la “narrazione della storia”, e l'”intelligenza mistica”.
Ed è il principio che Alano di Lilla nel De planctu naturae enunciava in questi termini: “Nella corteccia esteriore della lettera il suono della lira è inautentico; ma in maggior profondità esso rivela agli ascoltatori il segreto di una intelligenza più penetrante; in tal modo, rimosso il guscio esterno di un’ingannevole apparenza, il lettore trova all’interno, come in segreto, un più dolce nucleo di verità”.
Per esprimere i diversi livelli, cioè i quattro sensi, della Scrittura, i medievali composero un celebre distico sui quattro sensi della Scrittura: “La lettera insegna quanto è avvenuto, / l’allegoria quello che devi credere, / la morale quello che devi fare / l’anagogia il fine a cui devi tendere”. (Littera gesta docet, / quid credas allegoria, / moralis quid agas, / quo tendas anagogia) (Nicola di Lyre, Postilla in Gal., 4, 3; cfr. H. de Lubac, Esegesi medievale, ii, Milano, Jaca Book, 1988, pp. 345-364).
Sono in tal modo rilevati il senso letterale o storico, il senso allegorico, quello morale o tropologico e quello anagogico: “Sui quali come fossero ruote, si muove tutta la sacra pagina” (Guiberto di Nogent, Moralia in Genesim. Liber quo ordine sermo fieri debeat, Proemium, in Patrologia Latina 156, 25).
Nicola di Lyre commenta così il distico citato: “Secondo il primo significato, che si manifesta attraverso le parole, si coglie il senso letterale o storico; in rapporto poi al secondo significato – che si esprime attraverso i fatti stessi – si percepisce il senso mistico o spirituale, che in generale presenta tre dimensioni; precisamente: se le cose significate attraverso le parole rivelano ciò che nella nuova legge si deve credere, si attinge il senso allegorico; se rivelano quello che si deve sperare nella beatitudine futura, si attinge il senso anagogico, e da qui il verso citato; se poi si fa riferimento a quanto dobbiamo fare, si attinge il senso morale o tropologico” (Patrologia Latina 113, 28).
Quanto a Stefano di Langton ricorda: “Il maestro Ugo di san Vittore dice: la sacra pagina è talmente superiore rispetto alle altre discipline che ciò che è da queste significato in teologia ha funzione significante. Le realtà che nelle altre facoltà sono indicate dai nomi e dalle parole, in teologia corrispondono a dei nomi” (da Beryl Smalley, Lo studio della Bibbia, p. 280).
D’altra parte, questa viva sensibilità alla stratigrafia scritturistica – che certamente non mancò di essere rischiosa nel suo declinare in un allegorismo arbitrario, evacuante la “realtà” e attentante, alla fine, lo stesso spessore simbolico – si accordava felicemente, oltre che alla Scrittura stessa, a tutto l’orizzonte del medioevo, ossia alla “mentalità” universalmente simbolica, che contrassegnava i diversi settori della sua cultura, tutta impregnata di “segni”, dalla teologia, alla filosofia, all’arte.
Secondo Marie-Dominique Chenu, al quale dobbiamo gli studi più acuti e suggestivi sull’argomento, non si può “fare la storia delle dottrine cristiane, senza prendere in considerazione le risorse del simbolismo che nella natura, nella storia, nella pratica del culto, le ha continuamente alimentate”.
Scrive: “Maestri di scuola e mistici, esegeti e naturalisti, religiosi e profani, scrittori e artisti, gli uomini del xii secolo, fra tutti i medievali, hanno in comune, imposta dal loro ambiente e come regolante il loro giudizio in una tavola innata delle categorie e dei valori, la convinzione che ogni realtà naturale o storica ha un significato che trascende il suo contenuto immediato, e che è rivelato al nostro spirito da una certa densità simbolica. Rendere ragione delle cose non vuol dire soltanto offrirne la spiegazione mediante le loro cause interne, ma scoprire questa misteriosa densità”, e non attraverso una “dimostrazione” (demonstratio) intesa come prova aristotelica, ma una “ostensione” (monstratio).
Senza dubbio non è possibile ripetere semplicemente il metodo simbolico sia dei padri sia dei medievali, non solo per un mutamento di mentalità simbolica – anche se questa è, in ogni caso, una risorsa della realtà e della sua intelligenza e la nostra cultura la va sempre più scoprendo – ma anche e soprattutto per una più acuta sensibilità e possibilità nei confronti del senso “letterale” o “storico” della Scrittura, scientificamente studiata. Non esiste, tuttavia, un’opposizione tra esegesi scientifica ed esegesi simbolica, se questa è intesa come sforzo per ritrovare e leggere compiutamente la Parola di Dio. Questa Parola è in atto all’interno del testo e della storia scritturistica con i suoi avvenimenti, ed è espressa in una pluralità di linguaggi, compreso quello simbolico ossia quello della relazione e connessione non solo tra le parole ma anche tra gli eventi che sono segni o profezia.
In tal modo, non ci si sovrappone alla Parola di Dio con gli artifici dell’allegoresi, né ci si dedica a estrarre dalla Scrittura delle tesi o enunciazioni, bensì a ritrovare in essa tutta l’infinita e inesauribile “realtà”, che Dio manifesta e comunica, non solo per l’illustrazione della mente, ma altresì per il coinvolgimento dell’esperienza – è il senso “morale”, cui faceva riferimento il distico medievale – e per l’adombramento e la rappresentazione escatologica, cioè l'”anagogia”, ossia il quarto senso inteso dagli esegeti e teologi medievali, che non cessano di fare scuola.

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