La Meditazione

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tiberiade_lago_gesu_in_mediL’Atteso che attende.

Inizia il periodo forse più bello e temuto da tutti: l’Avvento.
Progressivamente si sente il cambio di aria, cambia l’atmosfera, c’è un po’ di ansia, ma bene bene non sappiamo cosa succede.
C’è un movimento che con più passano i giorni con più aumenta fino a diventare convulso, fino a trascendere e prevaricare anche un po’ il buon senso (è giusto ammetterlo).
C’è in giro un “bisogno di festa”, di questa “festa”, un bisogno di bontà quasi come un riscatto da tutto, un bisogno di sogno perché quelli che abbiamo non esauriscono il desiderio che cerca sempre.
Tutto è un accelerare, tutto tranne – forse – il nostro cuore. Quel “cuore nel cuore”, quel noi stessi che rimane ancorato come aquile con le zampe di piombo al sogno di ieri, ad un sogno “per me”, al desiderio limitato all’ “io”.
Stiamo correndo verso il giorno della “follia dell’amore” di cui l’Avvento è il preludio. Diventa visibile il desiderio di dono, si incarna in cose questo desiderio … ed è un bene, è un gran bene perché almeno c’è.
Conosciamo fin troppo bene la realtà, conosciamo fin troppo bene quel “velo” di tristezza che in qualche modo cerchiamo di soffocare con luci, cose da fare, pacchetti, rumori. E’ fastidioso quel velo di tristezza che il più delle volte chiamiamo “emozione di gioia”, perché non abbiamo il coraggio di ammettere che è vera tristezza per un appuntamento mancato – meglio – non avvenuto per aver sbagliato il luogo dell’incontro.
Lo capisce bene chi non ha nulla da festeggiare, chi è stato tradito, chi ha perso tutto, che non sa più cosa vuol dire amare. Lo capisce bene chi ha rinunciato a tutto per un bene superiore e comune rischiando anche se stesso.
Non c’è nulla di sbagliato a desiderare un “giorno speciale”, una “notte dei miracoli” anche se il desiderio si esprime con cose.
L’Avvento è forse il tempo più duro e aspro che la liturgia ci propone. E’ il momento di lasciare davvero tutto il superfluo, è il momento di rischiare, è il momento di essere folli come lo è Dio e come lo sono stati Maria e Giuseppe.
Noi continuiamo a riempire di aspettative un tempo per un giorno, mentre Dio altrettanto sta riempiendo di Sue aspettative un tempo in ogni giorno.
Avvento è attesa ma attesa di chi? Nostro? Chi attende e chi viene atteso? Ci hanno detto che siamo noi ad attendere il Figlio di Dio per tante volte invocato come Isaia ripropone in questa domenica. Non ce la facciamo a reggere tutto, ci vuole Qualcuno che ci aiuti, Qualcuno che ci risarcisca dei danni subiti. Ma è davvero così?
Azzardo una cosa diversa dal solito, una cosa che lascerà sgomenti non pochi, ma con più ci penso con più mi sembra esatta, vera, consolante e piena di speranza.
No, non siamo solo noi ad attendere, c’è Qualcuno che lo fa sempre e continua a farlo. Colui che davvero attende e con ansia è proprio Dio, il Dio Creatore, è Lui che non ce la fa ad aspettare e si fa incontro a dei figli ritardatari che si sono lasciati distrarre e sviare da mille cose.
E’ un’attesa, la Sua, spasmodica e piena di passione. Si muove e oltrepassa tutto, ma si ferma al confine: non vuole essere il Dio Potente, ma il Dio Padre.
Si ferma al confine tra Cielo e terra camminando su quell’Arco dell’Alleanza eterna promessa a Noè per l’umanità di tutti i tempi.
Ha camminato su questo arco ed arrivato da noi dentro la nostra umanità … ma attende noi in un luogo preciso. La strada l’ha inventata Lui, l’idea è Sua, a noi capire dov’è.
Ci sta aspettando, ci sta attendendo: l’Atteso di sempre che attende e attenderà per sempre!
Se questa “Sua attesa” è entrata nella nostra vita diventeremo inquieti, non ci basterà nulla e cercheremo in tutti i modi di soffocare questa strana inquietudine.
L’Avvento è questa inquietudine che impone di lasciare tutto, ogni sicurezza, ogni staticità, ogni pretesa che Dio venga da noi e subito. L’Avvento è un rinunciare sul serio e per sempre. Altro che Quaresima! L’Avvento non è solo un velato (vedi Isaia) tempo di “penitenza”, ma è un dichiarato tempo di “Rivelazione”. Nessuna penitenza è richiesta, ma ci si sente interpellati, ci si sente chiamati. Un nome, il nostro nome che viene urlato nei cieli ancora una volta nella speranza che questa volta arrivi alle orecchie del nostro cuore.
E se il cuore lo sente, allora ci alza e si inizia a camminare prima e a correre poi … e giorno dopo giorno si lascia tutto quello che fino a ieri sembrava essenziale, indispensabile, ovvio e di diritto.
Questa domenica è di turno il lasciare “ogni arma” per ferire. L’arma del rancore e della rabbia, della difesa che offende, del reclamare il proprio diritto, del dichiarare la “non gioia” di essere uomini. L’arma del giudizio nostro e la richiesta del Giudizio divino per “sistemare le cose”.
Questa domenica è la domenica “del disarmo” totale, della fiducia folle (la stessa di Maria e di Giuseppe), dell’accettare tutto come dono anche la cattiveria altrui.
Si lascia ogni pretesa, come ho detto, si lascia ogni ragione propria e, leggeri da questi pesi, ci si incammina seguendo una luce che ancora non si conosce, ma che già si vede.
Ci si incammina che è ancora “notte” per noi e nella nostra vita (chi crede di essere nella luce si faccia venire un po’ di dubbi birichini), ma – si sa – nella notte il mondo tace e quando il mondo tace, Dio parla … ed il suono della Voce di Dio non lascia dormire e ci rende svegli e vigili nel cercare e nel camminare.
Nulla di strano, intendiamoci, nulla di miracoloso (come normalmente si intende miracolo), ma questo inizio del cammino verso il luogo dell’incontro fa sì che nell’Avvento non ci poniamo come colore che donando ricevono, ma come coloro che si donano e basta. Cambia davvero l’aria, cambia davvero la tensione … e percorrere un Avvento così è, garantisco, la piena gioia dentro qualsiasi difficoltà verrà a crearsi (capita sempre la difficoltà di Natale).
Siamo attesi, attesi con ansia e quella culla/mangiatoia ancora lontana sarà abitata da noi stessi completamente liberati da tutto ciò che ci legava all’errore (spesso considerato legittimo). L’attesa di Dio Padre è lì, a quella culla. Ed è l’attesa di un Padre come se fosse il Suo Primo Figlio Gesù; unico Figlio generato.
Ci vuole coraggio ad entrare nell’Avvento così, ce ne vuole tanto; ma se ce l’hanno fatta Maria e Giuseppe allora possiamo farcela anche noi. Basta credere e credere con intelligenza e fermezza. Basta credere che se Dio si è fatto uomo significa che, allora, essere uomini è una gran cosa, è un gran dono.
L’Atteso attende con il fiato sospeso, il Figlio ci ha indicato la strada, Maria e Giuseppe l’hanno sperimentata, a noi deciderci se partire per questo viaggio o meno!
Buon viaggio a tutti.

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