Il coraggio della ragione che si apre alla Fede.

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In memoria di P. Tommaso Pierfrancesco Carlesi O.P.
Di Giacomo Fiaschi

Tunisi, 25 Gennaio 2009

Il 28 Gennaio la Chiesa ricorda San Tommaso d’Aquino.
Nell’immaginario di tante persone la sua figura evoca quanto di più “tradizionalistico” e “dogmaticistico” ci sia nella filosofia e nella teologia cattolica. Niente di più falso.
Cominciamo a conoscerlo meglio scorrendo questa brevissima nota biografica.

  • Tommaso nacque nella famiglia dei conti d’Aquino (di nobiltà longobarda), a Roccasecca (nei pressi di Cassino), dalla madre Teodora e dal padre Landolfo. Da giovane studiò presso i monaci benedettini di Montecassino, finché, nel 1239, in seguito alla decisione di Federico II di fare dell’abbazia una fortezza militare, si iscrisse all’Università di Napoli, frequentando la facoltà delle arti fino al 1243.
  • Nel 1244, affascinato dall’ordine dei predicatori, decise di farsi domenicano, nonostante l’opposizione dei genitori. Nel 1245 si trasferì a Parigi dove studiò teologia sotto la guida di Alberto Magno, che segui anche a Colonia. Tornato nuovamente a Parigi nel 1252, intraprese la carriera dell’insegnamento, dapprima come baccelliere e poi come maestro reggente di teologia. Nel biennio 1272-1273 fu maestro di teologia presso l’università di Napoli.
  • Nel 1274 partì per Lione per partecipare alla commissione del Concilio Ecumenico, ma dopo alcuni giorni di viaggio morì presso l’abbazia di Fossanova.

Le due opere maggiori di Tommaso, la “Summa Theologica” o “Summa Theologiae” e la “Summa ad gentes” (successivamente rinominata in modo assai discutibile  “contra gentiles”) sono autentici capolavori non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche da quello del metodo.

Riporto, di seguito, una breve nota tratta dal bel libro di Sofia Vanni Rovighi  Introduzione a Tommaso d’Aquino:

La Summa contra Gentiles è una esposizione di tutta la dottrina cattolica: Trinità, Incarnazione, Sacramenti compresi, e in questo senso è opera teologica. È anche vero tuttavia che Tommaso, all’inizio, distingue due modi di presentarsi delle verità che riguardano Dio: “Vi sono alcune verità che superano ogni potere dell’umana ragione, per esempio che Dio è uno e trino. Altre sono tali da potere essere raggiunte dalla ragione naturale: per esempio che Dio esiste, che Dio è uno, ed altrettali” (Contra Gentiles, I, 3). Ora, mentre nella Summa theologiae verità naturali e verità soprannaturali sono esposte nell’ambito del medesimo trattato (per esempio, nella prima parte, dopo le questioni su Dio accessibili alla ragione si passa subito alla Trinità), nella Contra Gentiles i tre primi libri sono dedicati alle verità che Tommaso ritiene accessibili alla ragione. Nel primo libro, ad esempio, in cui si parla di Dio, non si accenna alla Trinità e le verità note solo dalla rivelazione sono tutte raccolte nel quarto libro. Non solo: Tommaso afferma che bisogna partire dalle verità accessibili alla ragione perché, nell’esporre e giustificare la dottrina cristiana discutendo con gli eretici, si può assumere come presupposto tutta la Bibbia, con gli Ebrei si può assumere l’Antico Testamento, ma con i musulmani e con i pagani non si può assumere come presupposto se non ciò che è comune a tutti: la ragione. “Perciò è necessario ricorrere alla ragione, alla quale tutti devono assentire”. Ma aggiunge subito: “La quale [ragione] tuttavia è inadeguata rispetto alle questioni divine [in rebus divinis]”.
(S. Vanni Rovighi, Introduzione a Tommaso d’Aquino, Laterza, Bari, 1992
, pagg. 27-28)

Dispiace constatare come, in un commento tanto ben fatto e tanto illuminante, venga continuato a riportarsi il titolo “contra gentiles”, che contraddice -con quel “contra”-, tutta l’impostazione della Summa ad Gentes, un’opera che nasce con l’intento di porre le basi per un dialogo ed un confronto con i non cristiani (le “gentes” appunto) partendo, come opportunamente spiega Sofia Vanni Rovighi, da assunti condivisibili.

Di sicuro per Tommaso non fu cosa facile rendere comprensibile alla Chiesa del suo tempo questo nuovo modo di pensare, e di impostare sistematicamente, la teologia e la filosofia cristiana. L’assunzione degli strumenti logici  tipici della filosofia aristotelica, che permetteva una migliore e più chiara esposizione dei concetti teologici e filosofici del pensiero cristiano,  gli costò ben due condanne ecclesiastiche.

…alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici, fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da parte dei teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò alla condanna da parte del vescovo E. Tempier a Parigi, e a Oxford sotto la pressione dell’arcivescovo di Canterbury, R. Kilwardby; le condanne furono ribadite nel 1284 e nel 1286 dal successivo arcivescovo J. Peckham.
L’Ordine Domenicano, si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e nel 1278 dichiarò il “Tomismo” dottrina ufficiale dell’Ordine. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325, due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone, l’aveva proclamato santo il 18 luglio 1323.

(Antonio Borrelli in San Tommaso d’Aquino potete leggere qui tutto l’interessantissimo articolo che presenta una biografia )

La sua vita terrena si spense il 7 Marzo del 1274 quando aveva solo 49 anni e, mentre su invito di papa Gregorio IX, si stava recando al Concilio di Lione indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’Oriente.

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4 pensieri riguardo “Il coraggio della ragione che si apre alla Fede.

    Alessandro OPSCG ha detto:
    25 gennaio 2009 alle 12:12 pm

    La passione, sempre, comunque, dovunque.

    Pur restando nella stessa, grande, famiglia cristiana, non sono d’accordo con quanto detto dalla Prof.ssa Vanni Rovighi. Il presupposto da assumere “nell’esporre e giustificare la dottrina cristiana” dovrebbe essere sempre la passione.
    La fede è irrazionale.
    Io credo, punto e basta!
    Dal momento che dico: “io credo, perché?” allora scatta il meccanismo razionale, importantissimo quanto la passione, ma diverso secondo me riduttivo, rispetto al primo.

    Giacomo ha risposto:
    25 gennaio 2009 alle 12:46 pm

    Carissimo Alessandro,
    abbraccio volentieri lo spirito del tuo commento: “razionalizzare” la fede sarebbe, infatti, un grave errore che spoglierebbe l’ “atto del credere” di ogni sua istanza trascendente, che resta l’anima, il fondamento e la sostanza della fede medesima.
    Penso, tuttavia, che sarebbe più appropriato attibuire alla fede l’attributo di “sopra-razionale” anziché di “irrazionale”.
    E’ “irrazionale” il credere per chi giudica pura fantasia o illusione la fede: San Paolo esprime questa siuazione in modo esemplare quando parla della Croce “scandalo per i giudèi e follìa per i pagani”.
    Ma la fede, di per sé, non nega la ragione, anzi la esalta e la sublima orientandola a raggiungere il massimo grado delle sue potenzialità. L’ “esporre e giustificare la dottrina cristiana” significa porre le basi di un dialogo con quanti ritengono contraddittorio alle istanze della ragione l’atto di fede, il che non corrisponde alla verità, proprio perché la fede non nega la ragione, anzi la riconosce come il presupposto irrinunciabile per l’ascolto della parola stessa di Dio, che sarebbe inaccessibile all’uomo senza la ragione.
    Detto questo, aggiungo che il tuo “richiamo” ad una “decartesianizzazione” della fede (permettimi di interpretarlo in questi termini) è senz’altro da raccogliere ed è meritevole di attenzione.
    Troppe volte, infatti, si fa confusione fra “razionalità” e “razionalismo”. Ma questo è un altro discorso, che varrebbe comunque la pena di approfondire in modo appropriato, magari in un’altra occasione.

    marta ha detto:
    25 gennaio 2009 alle 1:47 pm

    La fede (più che la religione) ha a che fare con l’Onniscienza, ma non è un semplice “sapere”, ma è un “conoscere”, prima che poi divernta un “essere portati a conoscere di più”. C’è una bella differenza tra sapienza umana e sapienza divina e ancora di più – ed in modo sensibile – quando la seconda “si concede per amore” alla prima! Semmai, il problema credo stia nel “come la prima accoglie un simile dono della Seconda sapienza (o ragione, o conoscenza o ..).
    C’è un Padre che vuole figli coscienti, responsabili e motivati … anche se questo tante volte significa solo “affidamento” … sempre – per quanto ne so io – “affidamento momentaneo” perchè dopo la “spiegazione” arriva sempre.
    Ma c’è spazio per tutti e per tutto nella Chiesa: alla Fede “mi fido” e stop; alla Fede “voglio capire” ed anche a quella del “ma non ci penso proprio a credere in Dio … prima voglio toccare con mano (Tommasi a vita)”.
    Certo che quando si viene condotti nella “conoscenza divina” iniziano i dolori veri e propri a guardare certi santi … ma poi arriva puntuale la Verità che tutto illumina!
    Buona domenica! Oggi sarebbe bello ci sentissimo tutti cittadini di Ninive.

    don Virginio ha detto:
    26 gennaio 2009 alle 12:14 am

    Se P.Carlesi potesse intervenire lo farebbe con la sua insuperabile chiarezza tomistica, unita ad una passione
    per la verità, e risponderebbe al sig. Alessandro, invitandolo a leggere quanto il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna a pag. 462:
    ” La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che Egli ci ha detto e rivelato , e che la Santa Chiesa ci propone da credere , perchè Egli è la stessa verità.
    Con la Fede l’uomo (quindi anche il sig. Alessandro) si abbandona tutto a Dio liberamente.
    Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio.
    “il giusto vivrà mediante la Fede” (Rm 1,17).
    La Fede è viva quando
    “opera per mezzo della carità”
    (Gal.5,6) “

    Per questo:
    nell’esperienza di fede niente è di irrazionale,ma l’uomo, che riceve gratuitamente questo dono di Dio. è chiamato a vivere un’esperienza d’amore.

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