Nota a margine. Il dito, la luna e i gazzettieri da salotto.

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note1Il signor Marco Politi si produce, nalla rubrica “Esteri” di Repubblica di oggi 13 marzo, in una lunga performance di vaticanista da salotto, riportando confidenze monsignorili bisbigliate maliziosamente al suo orecchio da qualche  sgonnellatore di curia in vena di sfogarsi.

Racconta minuziosamente, per filo e per segno, i retroscena del palazzo apostolico mostrando di saperla lunga su dicerie sussurrate, passaparola indiscreti, pettegolezzi e chiacchiere da pausa caffè.

Un vero esperto del “si mormora”, un’autorità indiscussa del “sentito dire”, un autentico specialista del “pare che”.

Insomma, una fonte eccellente per documentarsi seriamente sulle bischerate. Come quelle che ha avuto il coraggio di scrivere sul suo giornale a proposito della solitudine di Benedetto XVI, un uomo -a star dietro a qanto dichiaratogli dal fantomatico sgonnelatore della curia romana- che vive completamente estraniato dalla realtà, rinchiuso nel suo studio a scriver libri di teologia, senza curarsi, né poco né punto, di quel che gli si muove intorno. Il signor Marco Politi fa notare, in chiusura della sua lectio magistralis da gazzetta, che non s’era mai visto qualcosa del genere nella Curia Vaticana.

Forse farebbe meglio il signor Politi, prima di prender la penna o il mouse in mano, a informarsi un pochino meglio su cosa realmente vuol dire fare il Papa. Certo, bisogna capirlo: scrive su un giornale e, dunque, gli corre l’obbligo di confezionare a modino prodotti di largo consumo, quelli che attiran l’occhio e fanno scalpore.

E così, a commento della lettera ai vescovi di Benedetto XVI, s’inventa “una Curia allo sbando”, “un Papa chiuso nel suo palazzo e costretto a fronteggiare una bufera”, e che infine “sperimenta una crisi cruciale del suo pontificato”.

Ma non basta: “Benedetto XVI è solo”, sentenzia il signor Marco Politi. E spiega anche il perché e il percome: “… non perché ci sia un partito che gli rema contro. Bensì per il suo di governo solitario, che non fa leva sulla consultazione e non presta attenzione ai segnali che vengono dall’esterno. Meno che mai quando provengono dal mondo dei media, considerato a priori con sospetto.”

Da acuto osservatore, il signor Marco Politi ci partecipa il suo illuminato pensiero secondo il quale il Papa non sfugge al severo monito del proverbio che recita: “chi è causa del suo mal pianga sé stesso”. E così anche il Sommo Pontefice è sistemato. L’infallibile giudizio dell’illustre gazzettiere ha sentenziato; non ci sono scusanti per questo Papa che osa considerare “con sospetto”, e per di più in modo aprioristico, il mondo dei media che profonde, come tutti sanno, verità assolute sul passato, visioni obiettive sul presente e giudizi sempre azzecati, con una preveggenza indiscutibile, sul futuro prossimo e remoto dell’intero genere umano.

In effetti, ad essere onesti, bisogna riconoscere che, per esempio, se non fosse stato per i media, quanti ignari e sprovveduti risparmiatori sarebbero caduti nelle trappole finanziarie dei lestofanti, e in quale crisi mondiale dell’economia sarebbe stato coinvolto il mondo intero oggi. Per fortuna c’erano loro, che han tempestivamente dato notizia dei misfatti che si stavano consumando alle spalle dell’umanità ed han previsto con largo anticipo l’evolversi d’una situazione dalla quale ci siamo potuti salvare grazie alle loro illuminanti previsioni…

Diceva un saggio indiano che lo sciocco, quando qualcuno gli indica la luna con un dito, non guarda la luna ma il dito.

Se il signor Marco Politi si fosse sforzato di leggere in modo adeguato la lettera che Benedetto XVI ha scritto all’episcopato mondiale, dedicando più attenzione al suo contenuto che alle ciancie raccattate nei corridoi della curia romana o di qualche salotto della capitale, forse avrebbe avuto occasione di esercitarsi nella lingua italiana con maggior successo, risparmiandoci la noia e l’imbarazzo di scriver quasta nota.

Ma il signor Marco Politi, nel leggere il testo del Santo Padre, s’è fermato al dito e non ha voluto guardare là dove il dito indicava.  In questo modo ha potuto rimettere insieme quattro ideuzze fritte e rifritte per poterle riciclare, rimesse a nuovo, sul banco del mercatino dell’informazione.

Una vecchia volpe della politica italiana, rivolgendosi al Papa, gli disse “Santità, lei non conosce il Vaticano”.  Il Papa era Giovanni XXIII e, di lì a poco, avrebbe indetto il Concilio Ecumenico Vaticano II. Di tutte le brillanti battute che gli sono state attribuite, questa credo sia una delle poche che Giulio Andreotti, se potesse, cancellerebbe dalla raccolta degli aforismi che l’han reso celebre.

Se non si è geniali, bisognerebbe essere almeno comprensibili. Il signor Politi comprensibile lo è anche troppo, ma, peccato per lui, ciò non è sufficiente a compensare la scarsa genialità che contraddistingue le sue opere. Nel caso suo il silenzio sarebbe molto più indicato.

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