Non si può.

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VIAREGGIO30Non si può.

di Giacomo Fiaschi.

Le disgrazie accadono, sono sempre in agguato. Alcune sono prevedibili, come gli uragani, altre no. Ma per mettersi al riparo da tutte, prevedibili o no, esiste un rimedio importante: la prevenzione. La prevenzione  discende direttamente dalla prudenza, che nella cultura cristiana rappresenta,  insieme con la fortezza, la temperanza e la giustizia, la base virtuosa del comportamento umano.

Una base virtuosa che dovrebbe essere fondamento di qualsiasi ragionevole governo della cosa pubblica. Credo che, almeno per questo argomento , non dovrebbero esserci ostacoli a riconoscerne uno dei principali elementi di una carta di valori condivisi anche da parte di chi non è, o ha scelto di non essere più, cristiano. A meno che non sussistano impedimenti di natura pregiudiziale.

Queste quattro virtù, o valori -chiamiamole pure come vogliamo- dovrebbero essere sempre messe al primo posto quando si amministrano beni e servizi essenziali, dai quali dipende la sicurezza e il benessere di tutti i cittadini.

Sanità, trasporti, energia, acqua, comunicazioni, rete stradale e ferroviaria, istruzione pubblica:  sono tutti settori di importanza vitale per assicurare a tutti -nessuno escluso- un minimo garantito di vita civile.

Nell’amministrare questi beni e questi servizi la priorità non può e non deve essere data agli aspetti finanziari. L’economia di questi settori non può essere impostata secondo le regole ordinarie che vigono nel caso di aziende commerciali per le quali il lucro è legittimamente fine supremo, diritto-dovere istituzionalmente riconosciuto e tutelato .

Non è questione di libero mercato. E’ questione di civiltà che si fonda sulla democrazia.
Per fare un esempio semplicissimo prendiamo la sanità. Ad ogni persona di buon senso non può non apparire chiaro come, nella valutazione ultima dell’esercizio di un ospedale, conti infinitamente di più il numero di pazienti sanati e la qualità dell’assistenza fornita di quanto possa contare un resoconto economico brillante. Il solo bilancio che può dare un segno positivo o negativo viene scritto non sulla carta, ma sulla pelle dei malati.

A questo proposito confesso che già il nome di “azienda” dato a un ente ospedaliero mi pare una vera contraddizione in termini,  un’autentica espressione di vera e propria barbarie, di arretramento nel percorso della civiltà di un popolo. L’ospedale non è un supermercato e la salute dei cittadini non è merce. Personalmente avrei salutato come un segnale di progresso nella civiltà la demercificazione dei farmaci. M’è toccato, invece, di vedere, via via sempre più negli anni, prendere la strada dlla mercificazione della sanità. Cosa che mi ostino a considerare un regresso, un imbarbarimento della società.

La cosiddetta “privatizzazione” , non si opporrebbe, di per sé, a questa logica. Esistono, infatti, molti soggetti privati (basti pensare alle ONG e alle ONLUS) che che non hanno come priorità, almeno dichiarata statutariamente, il conseguimento di profitti economici.

Chissà perché con il termine “privatizzazione” ci si ostina ad escludere, quando si tratta di certe cose, questo genere di soggetti privati? Le privatizzazioni in questi settori han sempre voluto dire dare in mano tutto a società commerciali aventi fini di lucro.

E sarebbe pura follìa immaginare che un’azienda facente capo a una società privata che abbia -in modo del tutto legittimo- a cuore in primo luogo il successo economico dell’impresa, possa  sacrificare se stessa ponendo in primo piano la salute del paziente qualora si presenti il caso che questa contraddica la logica del profitto.

Andando di questo passo ci troveremo a viaggiare su treni sempre più veloci e confortevoli ma sempre più esposti ai rischi derivanti da un minor controllo;  la scuola dovrà “produrre” diplomati e laureati in modo da soddisfare prima le esigenze di bilancio e poi quelle pedagogiche; chi fornisce energia, acqua e servizi di comunicazione cercherà di trarre il massimo profitto dall’esercizio di questa attività; le ferrovie avranno come finalità prioritaria quella di far arrivare la società che le gestisce privatisticamente ad una brillante performance finanziaria.

Se continueremo su questa deriva di privatizzazione selvaggia, incontrollata e tendente ad una totale incontrollabilità, allora prepariamoci ad assistere non ad una ma a molte tragedie come quella di Viareggio.  Un asse che si spezza in un vagone ferroviario che trasporta tonnellate di GPL non può essere considerato una fatalità. Siamo nel terzo millennio e la tecnologia mette a disposizione strumenti per monitorare continuamente lo stato di salute strutturale di ogni parte meccanica. Costa, questo è vero. E, a quanto pare almeno a giudicare dai fatti, la vita umane costa molto meno. Quella vite trucidate, nelle voci di bilancio dei ragionieri ai quali la società della finanza e dell’economia elevate a valori supremi ha affidato ormai da anni, come alla serva padrona, il governo della vita pubblica, non trovano una posta dove possano comparire: quei morti non hanno il potere di segnare in rosso i bilanci che si portano a timbrare ogni anno nei tribunali.

Se questa è civiltà, allora sarà il caso di tornare ad essere barbari. Con lo status di selvaggi ritroveremo, forse, la dignità degli esseri umani che eravamo.

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Un pensiero riguardo “Non si può.

    Alessandro OPSCG ha detto:
    1 luglio 2009 alle 10:34 pm

    PURTROPPO…

    Questo atroce incidente ci ha, letteralmente, distrutti. Non ci siamo ancora risollevati dalla tragedia abruzzese, che ce ne arriva un’altra!
    La prima cosa che ci viene alla mente é chiederci “Perché?”
    Anche se ci fossero i treni revisionati tutte le settimane, gli orari rispettati al minuto, la sicurezza curata al mille per mille, la domanda é sempre la stessa: “Perché?”
    Non lo sapremo mai.
    Il problema é che, dopo un momento così atroce, stiamo commercializzando tutto, “monetizzando” anche le tragedie. Tutto é diventato una grande azienda.
    Dobbiamo tornare a pensare che al centro delle nostre vite non c’é il dio soldo, ma Dio Padre.
    Solo così potremo tornare a parlare di assistenza, di solidarietà, di carità, di amore verso il prossimo.

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