Mentre l’Unione Europea fa orecchi da mercante di fronte alla tragedia dei migranti, in Italia ci si esercita nell’arte della polemica.

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CLANDESTINI

Tunisi, 23 Agosto 2009

Giacomo Fiaschi

Nello stesso mare nel quale molti di noi si bagnano in questi ultimi giorni di ferie, galleggiano senza vita i corpi in decomposizione di quei settantacinque esseri umani che hanno preferito rischiare la pelle piuttosto che restare nel loro paese dove fame, guerre continue, miseria e orrori d’ogni genere sono l’unico scenario di vita. E’, questa, una tragedia che non ha più neanche il potere di sorprenderci, di produrre indignazione o ribrezzo: l’abitudine ha spalancato le porte all’indifferenza e, se non fosse per le polemiche d’ogni tipo, le strumentalizzazioni d’ogni genere delle quali si alimenta una politica incapace ormai di governare perché troppo impegnata a salvare se stessa dal declino, la cosa finirebbe lì, senza strascichi e senza clamori. Settantacinque morti in più o in meno, quando si tratta di disperati senza conto in banca, senza identità, senza la dignità che si riconosce ormai solo a chi ha e non a chi è, non sono niente.
Ma cosa mai possiamo farci noi? Abbiamo tenuto aperte le porte per decenni, lasciando entrare chiunque nel nostro paese, e adesso che si cerca, in un modo o nell’altro, di far fronte ad un’emergenza dobbiamo anche sentirci additati come disumani, insensibili ai problemi di chi soffre? Cos’altro potremmo fare di fronte a questo continuo flusso di persone che continuano a bussare alle porte di un paese che non ne può più, che a mala pena riesce a far fronte ai problemi che ha, compresi quelli derivati da un’immigrazione selvaggia e incontrallata che per decine di anni è stata lasciata abbandonata a se stessa? Sono domande lecite, che molti di noi si pongono, e alle quali occorre dare risposte serie. Domande alle quali non si può continuare a rispondere con predicozzi da una parte e con provvedimenti normativi discutibili sia dal punto di vista etico sia da quello della reale efficacia amministrativa dall’altra. La Chiesa Cattolica invoca il rispetto dei princìpi fondanti la dignità della persona umana, e fa bene, ci mancherebbe che facesse il contrario. Ma forse un po’ meno clamore e un po’ più d’impegno nel cercare di promuovere iniziative concrete, non tanto e non solo sul piano del soccorso umano (che ci sono e che, soprattutto grazie ad un volontariato incredibile, funzionano), quanto piuttosto su un piano politico nazionale ed internazionale, ci eviterebbero sparate disgustose da parte di personaggi che farebbero meglio ad approfittare un po’ più e un po’ meglio delle occasioni per stare zitti, magari dedicandosi a fare i giochini inventati dai loro rampolli piuttosto che giocare a far politica. La verità è che l’Italia, da sola, non può reggere l’impatto sempre crescente con un’umanità che bussa alle porte dell’Europa intera, per sfuggire a un destino indegno, concentrandosi in un unico punto, il più raggiungibile e isolato come quello di Lampedusa. E’ assurdo che all’Italia debba esser lasciato il compito di far fronte a questa emergenza contando esclusivamente sulle proprie forze. Il problema deve essere condiviso -e affrontato- insieme con tutti i paesi che formano l’Unione Europea, perché è all’Europa intera che questi disgraziati chiedono soccorso, e non solo all’Italia. E se l’Unione Europa si limita a rimbrottare l’Italia senza far nulla per organizzare un argine a questa vergogna, allora ci si chiede: perché dobbiamo continuare a gettar soldi nel paniere comune di una istituzione che, su questo dramma, a parte le solite dichiarazioni (per non dire chiacchiere), non sa fare altro che orecchi da mercante?

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