Di fazione sul Calvario.

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Giacomo Fiaschi

Tunisi, 4 settembre 2009

Dino Boffo si è dimesso dalla direzione di Avvenire. Lo ha fatto con dignità, a testa alta. Chi deve vergognarsi non è lui: la vergogna spetta all’autore del killeraggio e, soprattutto, ai suoi mandanti che dopo aver tirato il sasso hanno nascosto vigliaccamente la mano, magari “dissociandosi”.
Ora che la testa di Boffo è caduta l’ipocrisia trionfa.

Si invoca uno “stop ai veleni”: d’accordo, ma a condizione che si dimetta tutta la banda dei killers, e soprattutto che si dimettano i loro mandanti. Nel caso contrario possiamo star certi che i veleni continueranno, e a dosi sempre maggiori.

Se decidessimo di “porgere l’altra guancia” saremmo degli irresponsabili, perché metteremmo a disposizione non solo la nostra di guancia, ma anche quella dei nostri figli e, considerata l’attitudine manifesta del branco di sciacalli che ha infierito su Dino Boffo, potremmo star sicuri che ne farebbero polpette per i loro cani.

Qui non si tratta di sopportare pazientemente le persone moleste. Non è in gioco la nostra pazienza, ma la libertà di parola e di opinione di chiunque solo osi mettere in discussione l’infallibilità dei manovratori. Perché, è ormai chiaro, il paese non è in mano a governanti, bensì a manovratori, a manipolatori che non tollerano in nessun modo di esser messi in discussione.

Sentono di poter fare quello che vogliono, quando vogliono e come vogliono e interpretano la democrazia a modo loro: “ci avete votato?, ci avete dato la maggioranza?” sembrano dire ogni volta che apron bocca, “ebbene allora sappiate che da ora in poi si fa come ci pare e piace!”.

Questa non è democrazia, questa è dittatura bell’e buona. Il fatto di esser designati da una maggioranza, in democrazia, non significa poter gare tutto quello che si vuole. Significa ricevere il mandato di governare, di servire il paese garantendo innanzitutto a ciascuno la libertà di espressione e di critica.

Qui non si tratta di dover tollerare il comportamento di “utilizzatori finali” o meno dei servizi postribolari. Queste sono cose che ognuno giudicherà in base alla propria coscienza morale. Non siamo fra quelli che amano scagliar prime pietre: esiste, in democrazia, lo strumento del voto e non c’è bisogno di tirare i sassi addosso a nessuno.

Quei cattolici che hanno dato  fiducia a questa gente, adesso sono stati ripagati abbondantemente e, se a loro va bene così, niente da dire. Ognuno è libero di farsi del male come meglio crede.

Da questa vicenda nasce l’occasione per una riflessione attenta e approfondita sulla situazione generale della presenza cattolica in politica.

Bisogna, infatti, tener conto del fatto che non esiste più un partito che abbia scelto di essere manifestamente cattolico. Con i fatti, ovviamente. E i fatti significa non solo e non tanto garantire la continuità dell’otto per mille, dell’esenzione dell’Ici e via di seguito. Questo è, semplicemente, un voto di scambio. Quello che ha consentito, per essere chiari e non usare troppi giri di parole, alla vecchia Democrazia Cristiana, di tirare a campare alla meno peggio sino al crollo del sistema politico italiano.

Adesso ci chiediamo: dove sono i La Pira nella politica di oggi? Qualcuno dirà: “non ci sono più”. Non è vero: ci sono ancora ma non trovano spazio nei partiti politici. Sono stati presi a calci nel sedere da tutti e nessuno li ha difesi. Nessuno li ha sostenuti. Nessuno li ha chiamati a impegnarsi nella vita politica per difendere e sostenere, com’è legittimo in democrazia, i valori della cultura e della civiltà cristiana.

Si ha l’impressione che siano stati deliberatamente esclusi, sconfessati e ostracizzati. Non sappiamo perché, o meglio, preferiamo evitare, per cristiana carità, di far congetture sul perché siano stati emarginati.

Possiamo solo dire che “old sins have long shadows”:  l’ombra dei vecchi peccati si allunga sino ai nostri giorni.

A gente come Don Primo Mazzolari, Don Lorenzo Milani, Padre Ernesto Balducci, Don Ivan Illich, fu tolta ogni possibilità di dar vita ad una cultura interna all’assemblea dei credenti, e di svilupparne le direttrici che avrebbero potuto formare degnamente una classe dirigente pronta ad assumersi responsabilità amministrative e politiche in linea con i valori cristiani.

Persino un personaggio come Jacques Maritain, pur essendo nel cuore di paolo VI, ebbe a terminare la propria esistenza nella solitudine culturale più totale: il suo pensiero filosofico e politico è stato oggetto più di rispetto che di convinta partecipazione.

Relegando queste persone, e con loro  molte altre che ne condividevano le idee,  ai margini della Chiesa si è fatto intendere cosa si pensava di loro e chi ha avuto orecchie per intendere ha inteso. Ha inteso talmente bene che oggi abbiamo dei cattolici che si sentono perfettamente autorizzati a sostenere chi ha scelto di far parte di una loggia massonica segreta eversiva dimostrando, in tal modo, quanto abbia in considerazione  la dottrina comune della Chiesa in materia.

E’ innegabile che, in nome di un disgraziato “realismo politico” siano stati fatti errori giganteschi, e compiute gigantesche ingiustizie in questo campo. Ma a tutto c’è rimedio.

Adesso tocca all’episcopato italiano, alla CEI, dimostrare quanto conta la dignità di un cattolico italiano.

Nell’immediato ci aspettiamo, per esempio, che lo facciano nominando un direttore accuratamente scelto fra una rosa di nomi “non graditi” ai mandanti del killeraggio di Boffo. Mentre -e lo diciamo senza mezzi termini- resteremmo disgustati per la nomina di un giornalista che apparisse scelto fra quelli  “graditi” al regime dei mandanti del massacro di Boffo.

Per il futuro ci aspettiamo che siano chiamati a raccolta tutti i La Pira, tutti i Don Mazzolari, tutti i Don Milani, tutti i Padri Balducci, tutti gli Ivan Illich chiedendo loro -quando necessario- perdono per averli emarginati e invitandoli a ricompattare, in modo credibile e serio, i cattolici per un rinnovato, dignitoso e soprattutto severo impegno politico.

Non importa se la maggioranza gradirà o meno. Non è questione di maggioranze o minoranze. Questa era una fissa della Democrazia Cristiana. E sappiamo tutti perché ci tenevano tanto. Un cristiano non fa mercato, non apre bottega. E’ questione di esserci e di far sentire, pochi o tanti non importa, che ci siamo.

Con dignità e con coerenza. E’ importante esserci non come “maestri di vita” (di questi ne abbiamo anche troppi), ma come testimoni credibili.

Non è più tempo di mercanteggiare, di affidarsi alla politica per ottenere questo o quel favore, questo o quel privilegio.

E’ tempo, come diceva Don Primo Mazolari, di essere “di fazione sul Calvario”.

E’ in gioco, per noi e per i nostri figli, la nostra libertà di cristiani, per chi non l’avesse ancora ben compreso.

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