“Si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali, ma non muta e non passa di moda la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo”

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benedettoXIV_a_viterboIl Papa: Cristiani in politica seguendo il Vangelo.
Viterbo, 6 Settembre 2009

(Ansa)

All’inizio della sua omelia nella Valle di Faul, a Viterbo, Benedetto XVI si è rivolto “con deferenza” alle autorità, citando, nell’ordine, “i rappresentanti del Parlamento, del Governo, della Regione e della Provincia, ed in modo speciale il sindaco della città, che si è fatto interprete dei cordiali sentimenti della popolazione viterbese”. Alla celebrazione assiste, in prima fila, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, mentre non è presente alcuna alta autorità del Parlamento. “Il deserto più profondo è il cuore umano – ha detto Benedetto XVI nella sua omelia nella valle di Faul, a Viterbo – quando perde la capacità di ascoltare, di parlare, di comunicare con Dio e con gli altri”.
Prendendo spunto dal vangelo di Isaia, il papa spiega che il “‘deserto’, nel suo linguaggio simbolico, può evocare gli eventi drammatici, le situazioni difficili e la solitudine che segna non raramente la vita; il deserto più profondo è il cuore umano, quando perde la capacità di ascoltare, di parlare, di comunicare con Dio e con gli altri. Si diventa allora ciechi perché incapaci di vedere la realtà; si chiudono gli orecchi per non ascoltare il grido di chi implora aiuto; si indurisce il cuore nell’indifferenza e nell’egoismo”. “Il profeta Isaia – ha aggiunto il pontefice – incoraggia gli ‘smarriti di cuore’ e annuncia questa stupenda novità, che l’esperienza conferma: quando il Signore è presente si riaprono gli occhi del cieco, si schiudono le orecchie del sordo, lo zoppo “salta” come un cervo. Tutto rinasce e tutto rivive perché acque benefiche irrigano il deserto”. Benedetto XVI ha esortato “fedeli laici, giovani e famiglie” a non aver “paura di testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana”. Nella seconda parte della sua omelia nella Valle di Faul, il Papa ha spronato i cristiani a impegnarsi in politica e a vivere il Vangelo “in solidarietà con la famiglia umana, al passo con i tempi”, perché “si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali, ma non muta e non passa di moda la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo”. Il papa ha poi concluso: “ecco l’impegno sociale, ecco il servizio proprio dell’azione politica, ecco lo sviluppo umano integrale”.

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Viterbo, città dei papi, detiene due primati che resistono da otto secoli e, probabilmente, destinati a rimanere imbattuti: il primo e più lungo conclave della storia della chiesa e il pontificato più breve della cristianità. Il primo record fu stabilito tra il 1268 e il 1271 quando, alla morte di Clemente IV, avvenuta a Viterbo il 29 novembre 1268, il sacro collegio, composto da 19 cardinali, entrò nel palazzo papale per eleggere il successore. Ma per ben 2 anni e 9 mesi non riuscirono a mettersi d’accordo. Ci volle la cruenta protesta dei viterbesi, che chiusero a chiave (cum clavem, da cui il termine conclave) i cardinali e i loro seguiti nel palazzo, scoperchiarono il tetto, razionarono le vivande e chiusero i bagni. Quest’ultima restrizione fece imbestialire i cardinali, tutti avanti con l’età, che protestarono con fermezza e minacciarono scomuniche se non fossero stati subito riaperti “i luoghi comodi”. Infine, sfiniti dalle ristrettezze, il primo settembre 1271, con il procedimento chiamato “compromissum”, elessero papa Tealdo Visconti di Piacenza, arcidiacono di Liegi, che si trovava in Terra Santa in pellegrinaggio. Il nuovo pontefice non era nemmeno prete, tanto che prima di essere incoronato con il nome Gregorio X, fu ordinato sacerdote, nominato vescovo e creato cardinale. Uno dei primi provvedimenti presi da Gregorio X furono le norme per l’elezione di papi, stabilendo che i cardinali si riunissero entro 10 giorni dalla morte del pontefice, che rimanessero insieme senza contatti con l’esterno e che venissero sottoposti a condizioni sempre più disagiate via via che l’elezione si prolungava: nei primi tre giorni il vitto sarebbe stato normale, per passare poi a mezza razione fino ad arrivare ai soli pane e acqua. Il secondo record risale invece al 5 settembre 1276, quando alla morte di Adriano V, venne eletto successore di Pietro il cardinale Vicedomino dei Vicedomini di Piacenza, francescano, nipote di Gregorio X che, in omaggio allo zio, prese il nome di Gregorio XI. Ma morì poche ore dopo la fumata bianca, senza nemmeno essere incoronato, tanto che non è stato mai inserito nell’elenco ufficiale dei sommi pontefici di Roma. Il nome di Gregorio XI fu poi assunto da Pietro Roger di Beaufort, eletto papa nel conclave di Avignone il 30 dicembre del 1370.

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2 pensieri riguardo ““Si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali, ma non muta e non passa di moda la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo”

    Archi. Mons. Virginio Fogliazza ha detto:
    7 settembre 2009 alle 8:02 am

    Ringrazio una volta ancora il Santo Padre per il rinnovato appello ai Cristiani circa il loro dovere di essere presenti in ogni campo della vita sociale e politica.

    Il cristiano indicato dal Signore come la luce del mondo e il sale della terra non può né chiudersi nelle comode sacristie né sparire nell’agorà del popolo.

    Egli ha un patrimonio da donare all’umanità, che proviene dai valori del Vangelo.

    Occorre però aggiungere con forza e senza timore di essere giudicati anacronistici o antistorici:

    I CRISTIANI DEVONO COSTRUIRE UNA NUOVA UNITA’ PER LA LORO PARTECIPAZIONE ALLA VITA PUBBLICA.

    Senza di questa, tutti gli appelli del Papa saranno senza una vera risposta.

    In questi ultimi anni, abbiamo assistito con amarezza la frantumazione della presenza dei cristiani.

    Le Chiese locali riprendano con impegno le Scuole di dottrina sociale e aiutino i cristiani a costruire un “tavolo” permanente di comunione ecclesiale.

    Sulle ceneri di una dilagante secolarizzazione può risorgere una feconda presenza del cattolicesimo sociale.

    Giacomo ha risposto:
    7 settembre 2009 alle 10:43 am

    Ringrazio Don Virginio per questa osservazione, che è un invito all’approfondimento dell’esortazione di Papa Benedetto.
    Anch’io son convinto che noi cristiani non possiamo rimanere semplici spettatori della vita sociale, come se questa non ci riguardasse. Ma c’è un comportamento, secondo me, ancora più discutibile, ed è quello del “portare acqua” a questo o a quel mulino nell’interesse di quanti, per appropriarsi del consenso dei cattolici, strizzan l’occhio a destra, a sinistra o al centro.
    Don Primo Mazzolari invitava i cristiani a guardare “né a destra né a sinistra ma in alto”.
    Ed è in alto che la politica, se vuol risogere dal mare di fango in cui naviga oggi, deve saper guardare, tirandosi fuori dalla mischia di chi ha sempre concepito, e continua a concepire la politica unicamente, e principalmente, come forma di potere e basta.
    La politica per noi cristiani è principalmente, anzi: unicamente, una forma di servizio.
    C’è una bella differenza.
    Una differenza che nessun sofisma, nessun discorso da venditore di piazza, nessuna chiacchiera da imbonitore può riuscire a trasformare in qualcosa di diverso.
    Se noi cristiani non riusciremo ad esprimere il nostro “essere società ed essere nella società” con una proposta nostra, originale e -davvero- rivoluzionaria rispetto alle formule della politica attuale, tutta incentrata su una gestione del potere per l’affermazione della supremazia degli uni sugli altri, allora dovremo rassegnarci ad una marginalizzazione sempre maggiore, fino a scomparire del tutto, diluiti e dispersi nella bagarre dei contendenti delle vesti stracciate del nostro paese.

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