Pedofilia ed estorsione: è sempre più necessario e urgente combatterle entrambe senza quartiere.

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Toccare questo tasto è una cosa delicata. Il fenomeno della pedofilia esiste da sempre. E si tratta di un fenomeno, va sottolineato, deprecabile in sé, al di là della attualità che assume oggi grazie soprattutto al fatto che l’informazione da enorme risalto ad ogni episodio -vero o presunto che sia- che si riconduce ad esso. La dottrina morale della Chiesa non ha mai esitato a condannarlo, al pari di ogni altra perversione del comportamento umano, senza possibilità di equivoco.

Non ci sarebbe, dunque, almeno sotto questo punto di vista, molto altro da aggiungere su questo tema, già fin troppo pubblicizzato e sul quale non mancano, purtroppo, (anche se, a dire il vero, molto rare) posizioni diverse da quelle che la morale comune suggerisce.

Vorrei far osservare che il fatto che se oggi questa perversione appare dilagante, ciò dipende soprattutto dal fatto che i mezzi di comunicazione sociale, anche a seguito di un forte impegno da parte di molte persone riunite in associazioni a difesa dell’infanzia -non certo ultime quelle cattoliche- hanno cominciato a denunciarne l’esistenza, rompendo un muro di silenzio e di sostanziale indifferenza che ha tenuto al riparo quanti, in passato, si sono macchiati l’anima di questa infamia.

Bene, dunque, che anche le istituzioni civili, in particolare la Magistratura, comincino finalmente a scuotersi e a prendere iniziative vòlte a prevenire ed a reprimere questo genere di delitto, odioso e ripugnante. Vorrei osservare, a questo proposito, che se la dottrina morale della Chiesa fosse stata presa in maggior considerazione (o forse sarebbe meglio dire se non fosse stata ignorata del tutto), almeno per quel che attiene ai temi legati alla morale “naturale”, dagli ambienti cosiddetti “laici” dove si confeziona in pillole una moderna teoria del diritto di stampo relativistico, vale a dire svincolata dal riconoscimento dell’esistenza (o quanto meno del riconoscimento di legittimità di assumerne la “auctoritas” di “fonte comune”) di un qualsiasi ordine morale oggettivo, forse si sarebbe potuto intervenire prima, e più efficacemente, nella lotta, sia preventiva sia repressiva, a questa, come ad altre tipologie di perversioni che, oltre ad offendere la sensibilità del momento, minano oggettivamente e alla radice la salute della collettività.

Appare dunque quanto meno sospetto l’accanimento, degno della peggior caccia alle streghe, con il quale ci si impegna -da parte degli stessi “media” (e non solo) che sino a pochi anni addietro sembravano non accorgersi dell’estenza di questa realtà-  nel mettere in piazza, anche quando sono solo presunti, i delitti di questo tipo che presentino la cararatteristica di essere attribuiti al clero, dando credito ad ogni bisbiglio, ad ogni ciancia, ad ogni delazione, ad ogni diceria. Insomma, basta che ci sia di mezzo un prete perché ogni sussurro diventi un grido, un urlo di dolore.

Non voglio certo dire che preti, frati e suore siano immuni dal compiere crimini. Essendo uomini e donne sono sempre esposti, come tutti, al rischio di comportamenti illeciti.

Il fatto è che se a rubare, o a compiere un altro genere di crimine è una persona “normale”, non ci scandalizza più di tanto, mentre se a compierlo è un sacerdote, magari solo “sospettato”, allora si scatena il finimondo.

Si dirà che va bene, che è comprensibile che la gente si scandalizzi quando al centro di queste vicende c’è un sacerdote. D’accordo, sia pure. Ma come mai non ci si scandalizza ugualmente quando si viene a sapere che le accuse si sono rivelate fasulle? Accusare qualcuno di qualcosa che “sarebbe avvenuto” cinque, dieci, venti o addirittura trent’anni prima, non sembra un po’, diciamo così, “sospetto”? Dar credito e seguito ad ogni accusa e ostinarsi a non ascoltare voci contrarie non appare quanto meno “disequilibrato”?

E come mai, così almeno sembra, non si vuol minimamente tenere conto del fatto che non c’è niente di più facile che accusare un prete di delitti sessuali compiuti nell’ombra, magari nel secolo scorso, essendo quasi impossibile per chiunque potersi difendere, in un caso del genere, adducendo prove del contrario?

In questa foga alla caccia alle streghe, avviene che spezzoni di conversazioni telefoniche sono portate come “prove”, quando si sa benissimo che oggi la tecnologia mette in mano a tutti sofisticatissimi software per l’elaborazione dei suoni che fino a qualche anno fa neanche la CIA aveva a disposizione. E spesso le intercettazioni, che dovrebbero rimanere nelle mani degli inquirenti, finiscono in rete o trascritte sui giornali condannando senza processo persone delle quali magari dopo qualche tempo viene inutilmente riconosciuta la totale estraneità ai delitti infamanti di cui sono stati accusati. Sulle perquisizioni poi è meglio stendere un pietoso velo di silenzio. Chiunque frequenti la propria parrocchia sa bene che non esiste una casa più “aperta” di quella del sacerdote. Tutti hanno, chi più chi meno, accesso alla canonica. Niente di più facile che prendere del materiale stampato o video e piazzarlo da qualche parte. In cinque o sei “incursioni” non è difficile trasformare la stanza del parroco in un museo degli orrori. Idem, anzi, ancora infinitamente più facile con il computer. E’ sufficiente una chiave usb per riempirlo di porcherie. Ma anche un buon hacker potrebbe facilmente farlo, senza aver neanche bisogno di entrare in casa del malcapitato.

Se a questo non certo edificante scenario si aggiunge il fatto che non di rado si scopre che l’accusa è stata confezionata con l’unico scopo di estorcere denaro, o per vendetta personale, allora c’è da dire che qualcosa non va.

Per esempio non va che quest’ultimo reato, vale a dire la tentata estorsione, (ma anche lo scopo di vendetta personale non è di minore gravità) non viene sufficientemente prevenuto e represso. Per esempio, non sarebbe sbagliata una norma che preveda, e non solo sulla carta, per il reato di calunnia a scopo estorsivo accertato una pena pari a cinque volte quella prevista per il reato della persona ingiustamente accusata. Mettere in atto provvedimenti del genere potrebbe scoraggiare più d’un malandrino attratto dall’idea di estorcere danaro a un sacerdote ultraottantenne che, avendo dedicato l’intera esistenza a far del bene agli altri e trovandosi, perciò, ad amministrare beni di valore (come immobili, fondi in danaro e via di seguito), rappresenta senza alcun dubbio una facile preda da spennare. Magari con la complicità più o meno involontaria di giornalisti e magistrati più sensibili a far carriera ad ogni costo che ad amministrare giustizia e informazione con coscienza e professionalità.

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Un pensiero riguardo “Pedofilia ed estorsione: è sempre più necessario e urgente combatterle entrambe senza quartiere.

    Redazione ha risposto:
    5 luglio 2008 alle 11:03 am

    Ricevo questa lettera da parte di un amico di vecchia data. Mi ha scritto dopo aver letto questo articolo e gli ho chiesto l’autorizzazione a renderne pubblico il contenuto. Avendo ricevuto la sua autorizzazione ne trasmetto il contenuto di seguito.
    Ho ritenuto -dato il riferimento a episodi specifici che, una volta collegati all’identità dell’autore della lettera, potrebbero render possibile l’identificazione dei luoghi e delle persone- di dover mantenere riservata la fonte.

    Racconta un prete anziano che -tra i tanti incarichi- ebbe quello di responsabile della I° visita pastorale del Vescovo di quella diocesi.
    Dovendo preparare questa visita, in una particolare zona, gli fu chiesto di verificare se nel tabernacolo di quella chiesa ci fosse una teca per l’Ostia grande con determinate caratteristiche. Questo vaso sacro era sparito da un tabernacolo di una parrocchia vicina.
    L’altra richiesta era molto più delicata: un parroco era stato accusato da un giovane di abusi e, prima di procedere nei suoi riguardi, si chiedeva di verificare con estrema prudenza.
    L’anziano sacerdote continua il suo racconto:
    ”Dopo essere entrato nella confidenza della familiare del prete le chiesi se mai conoscesse quel giovane (le feci nome e cognome). Mi disse che era uno dei tanti che chiedeva aiuti e tra questi il più gentile ed educato.
    Era molto interessato -mi disse- sulla vita del prete e un giorno mi chiese persino quale arredamento c’era nella camera del parroco. Da qualche tempo non è più tornato. L’ultima volta don…. gli disse che non poteva più dargli dei soldi, ma che era tempo si mettesse a lavorare.”
    Quel giovane, come prova che era stato abusato, aveva descritto al Vescovo l’arredamento della camera da letto: ma quelle informazioni le aveva avute dalla perpetua…”

    Così -spesso- può accadere.
    E la teca? Non ti posso dir nulla!

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